Recensioni

7.4

Dopo un lustro nel quale ci ha concesso solo lavori interlocutori, apprezzabili sì ma di sponda, Sufjan Stevens torna in sella alla bestiolina autorale. E la trova comprensibilmente vogliosa, carica. Però cambiata. C'è un'inquietudine nuova al lavoro nel petto, un tumulto intimo sebbene destinato – come è naturale – ad irradiarsi collettivo. Come prima conseguenza, il mega-concept dedicato agli stati dell'Unione sembra al momento accantonato. Le coordinate della nuova mappa convergono quindi su Sufjan stesso, la cui tomentosa e feconda maturità ha già fruttato il sedicente ep – in realtà un album bello e buono – All Delighted People, uscito poche settimane fa. Adesso, come ampiamente annunciato, arriva The Age Of Adz. Non senza colpi di scena.

E' come se Sufjan tentasse di edulcorare l'irrequietezza spostandosi senza posa tra scenografie spettacolari, o  – se preferite – come se avesse ingoiato la pasticca (metaforica) che regala il conforto di visioni psych, electro e dream pop sbalzate e contemporanee. Un tuffo nelle proprie (e anche un po' improprie, massì) possibiità, in una dimensione profonda ma esuberante, sfaccettata fino allo sconcerto ed incontenibilmente empatica. La tavolozza sonica disegna scenari palpabili, a tratti sembra di stare dentro ad un dipinto vivo, di galleggiare sulla carnosa radianza di linee e colori. I riferimenti artistici, del resto, sono espliciti: il titolo stesso del disco rimanda all'opera di Royal Robertson, pittore della Louisiana classe 1930, morto nel '97, schizofrenico, sedicente profeta, abitato (lui e i suoi lavori) da allucinazioni futuristiche per non dire sci-fi. Qualcosa di quest'ultime abita le undici tracce in scaletta: una mischia balzana di elementi popular per attivare codici di stupore, d'insolito meraviglioso, il filo nero dell'angoscia nel patchwork ipercromatico.

Sufjan pennella con estro sfrenato, si precipita da una visione all'altra, da una dimensione all'altra, ammicca l'iperdadaismo post-psych dei Flaming Lips, l'ipno-romanticismo panico dei Sigur Rós, il freak pop bucolico e corale (Animal Collective in testa), non si fa mancare ipotesi electro-funk dal calore accorato Radiohead (si veda la coda di I Want To Be Well). E in questo esercizio d'insopprimibile versatilità non scorda di aprire breccie sul cuore gospel-folk-pop della sua ispirazione, come porzioni di tela lasciate senza colore dove scorgi il disegno, una sottotraccia che riconduce alle lezioni Paul Simon, Brian Wilson e Van Dyke Parks. E' un sostrato irrinunciabile e scoperto, che in qualche modo tiene in piedi tutto il formidabile baraccone. E' il perno della giostra.

In questo continuo allontanarsi e rannicchiarsi in se stesso, nel carosello degli azzardi che s'infiammano ed evaporano come sogni, mille volte Sufjan rischia di perdersi, di cadere, di sbagliare la svolta (quell'orribile autotune in mezzo alla fluviale Impossible Soul…), ma un attimo dopo ti ritrovi commosso o sbalordito o semplicemente divertito. Capisci che è lo spettacolo d'arte varia di chi in qualche modo sta cercando di fare chiarezza, di fulminare i fantasmi, di affacciarsi sul burrone. The Age Of Adz è un'opera eccessiva, imperfetta, forse velleitaria. Ma racconta il caos emotivo di questi anni come poche altre. Nel modo giusto.

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