Recensioni

5.9

Baltimora, cuore pulsante dal ritmo sincopato di una scena indie che sembra stia già diventando tradizione. I Sun Club sono nati e cresciuti proprio nell’attiva città dello stato del Maryland, quella di Beach House, Lower Dens, Future Island, Animal Collective, e non ultimo Dan Deacon. Gente che sta facendo scuola, nonostante forse sia presto per definirla tale, che effettivamente smuove l’interesse di molti, in un modo o nell’altro. Parlare di revivalismo potrebbe essere azzardato (chissà quali sono i tempi tecnici secondo cui una moda diventa revival), ma è qualcosa che ci si avvicina: il disco d’esordio dei Sun Club, The Dongo Durango, ha tutta la volontà di rifarsi a quel mondo, a quel microcosmo, imbevuto di indie-pop fino quasi allo sfinimento.

Uscito via ATO Records, l’album ha avuto una buona risonanza in America. Molti portali di musica, tra cui Spin e MTV, hanno dedicato alla band parole entusiaste e speranzose. Il disco è stato definito da Stereogum come un album di «licenziosità sonica, tanto inebriante quanto fuorilegge», a sottolinearne la natura “against the system” dei cinque giovani MillennialsYucci (o qualsiasi altra categoria diabolica e aleatoria vogliate utilizzare per definire i giovani di oggi). Non che effettivamente non abbiano un atteggiamento di sfida verso il sistema, ma è più del tipo adolescenziale, da scritte sugli zaini e stringhe colorate. L’intero album è connotato da questo approccio da teenager, ed è forse questo il motivo per cui negli USA è stato particolarmente apprezzato mentre fuori dai confini ha convinto poco. Che sia indie-adolescenziale o pop-adolescenziale o rock-adolescenziale, l’America è la regina della creazione di questi piccoli miti.

La musica dei Sun Club riprende quindi l’indie-pop degli anni ’00, e in particolare l’entusiasmo dei Vampire Weekend e degli Animal Collective, anche se non si avvicina minimamente alla qualità di questi due modelli. Il cantato con naso e gola, forzato e strascicato, riverberato, a momenti virulento e gridato, riesce a personalizzare un po’ il materiale, come anche le chitarrine tropicali sporadiche di Worm City o del singolo Tropicoller Lease – brano per cui i Nostri hanno realizzato anche un videoclip in stile vintage (ovviamente). Niente di nuovo, insomma. Su questa musica, poi, si inseriscono testi demenziali ai limiti del non-sense, di quella demenzialità che rimane puerile e che non riesce ad arrivare neanche vicino all’assurdità kitsch e fuori dal comune di Dan Deacon. Come il significato del titolo dell’album, fondamentalmente nullo. Secondo le dichiarazioni della band a MTV, «The Dongo Durango è come quella parola che inizia con la F: la puoi mettere dove ti pare in una frase». Con titoli come Glob e Puppy Gumgum, che richiamano un’atmosfera da Big Babol e succo di frutta, è impossibile non capire quale sia la tipologia di pubblico a cui sono destinati i brani. I cori da pub in quasi ogni canzone o gli “oh oh oh” di Language Juice riportano ancora a una dimensione di convivialità e da festa.

L’album sembra una traccia unica, poche le variazioni all’interno delle brevi canzoni, e si ritorna irrimediabilmente sugli stessi stilemi: trite formule musicali riconoscibili, carine e dirette all’orecchio (ancora poco formato) dei supergiovani americani. La musica del gruppo è stata definita happy music, forse per l’ardore e lo slancio ottimistico che – appunto – attira i ragazzini alternativi che vogliono distinguersi dai loro coetanei che ascoltano gli One Direction. Non c’è nulla di male, nella musica per adolescenti, ma si potrebbe cercare di farla con più originalità.

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