Recensioni

Chi si aspettava un bel pesce d’aprile da Mark Kozelek deve rimandare. L’uscita di April fissata per il primo aprile rappresenta tutto fuorché un innocuo
scherzo. Questo terzo album sotto il moniker Sun Kil Moon è la classica
opera monumentale in puro stile Red House Painters,
che il Nostro ha preparato e confezionato con una cura e un’accortezza
pregevoli fregandosene altamente della frenesia consumistica
occidentale. Perché per addentrarsi tra le pieghe di questo disco
occorre tempo, molto tempo. Undici canzoni per la bellezza di quasi
un’ora e venti minuti di dilatazione sonora, di lievi arpeggi
chitarristici, di sommesse melodie vocali. Insomma, settantaquattro
minuti del migliore Mark Kozelek. Quello dei primi album dipinti in quella casa rossa che troppo spesso ha ospitato la nostra disperazione accarezzandola materna. Infatti, rispetto ai precedenti due lp April è sicuramente quello più riuscito. Che il Nostro non si fosse mai
staccato completamente dall’approccio musicale della sua prima band era
cosa ben nota già dai lavori pubblicati a nome proprio, ma con i Sun
Kil Moon quel cordone ombelicale invece di sfilacciarsi naturalmente si
è rinforzato per scelta. Queste ipnotiche, ripetitive e lentissime
canzoni ci riportano intimamente nel grembo dei Red House Painters.
Un’inversa evoluzione che sembra esorcizzare idealmente proprio quella
solitudine cantata da sempre in tutti gli album. Un’ossessione, questa,
che in April sembra non certo attenuarsi, ma
maturare, acquistando la dolorosa consapevolezza che novità non sempre
fa rima con onestà e originalità. Così troviamo un Kozelek sicuro di sé, senza ansia alcuna di rinnovarsi, gettarsi a capofitto in
ciò che gli riesce meglio, ovvero dare forma artistica alla
disperazione, alla nostalgia, alla solitudine, per l’appunto. La
malinconia acustica di Lost Verses, il claustrofobico crescendo emozionale di Tonight The Sky – sicuramente il migliore episodio del disco – e la leggerezza minimale di Tonight In Bilbao rappresentano senza dubbio il meglio del suo repertorio, facendoci capire l’unicità e l’influenza della sua arte. E quando in Like The River e in Unlit Hallway è addirittura Will “Bonnie ‘Prince’ Billy” Oldham a impreziosire la linea vocale, allora non resta altro da fare se non inchinarci commossi.
Più che un pesce di aprile, Kozelek ci ha fatto un magnifico regalo: ci ha dato la possibilità di
riprenderci il nostro tempo, facendoci sentire di nuovo a casa, tra
quelle quattro mura rosse, sicure e protettive come il grembo materno.
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