Recensioni

Guardi la copertina dell’album di debutto dei Sunflower Bean e, complice la presenza di numerosi orologi in asincrono e lo sviante appeal da giovin Bob Dylan di uno dei tre musicisti newyorkesi, ti senti subito colto da una sorta di spaesamento temporale. Lo stesso che in fondo emanano le undici canzoni, credibili concentrati di rock, new wave e indie pop che guardano al passato ma hanno una più che gradevole presa sul presente. Nick Kivlen e Julia Cumming, rispettivamente alla chitarra e al basso, si alternano con efficacia ai microfoni, uno leggermente più aspro, l’altra eterea, mentre Jacob Faber – che ha messo a disposizione il suo seminterrato per la composizione del materiale, successivamente registrato a Brooklyn con il produttore Matt Molnar – siede alla batteria.
A seguire alcune uscite sulla breve distanza (incluso un acerbo singolo intitolato Tame Impala, omaggio tanto ovvio quanto di carattere alla formazione di Kevin Parker), Human Ceremony è dunque un buon biglietto da visita che, se da una parte non inventa nulla di nuovo, dall’altra miscela varie influenze con freschezza e sorprendente maturità (tutti i componenti della band sono sotto i ventuno anni di età, da comunicato stampa). Per quanto i brani siano stati portati a compimento nell’arco di appena una settimana e lo spirito di base sia do it yourself, l’insieme suona dinamico e cangiante, che si tratti delle alternanze vocali dell’iniziale title track o dello psych-garage della tirata Come On, del passo rétro – relativamente, sin dal titolo – di una 2013 che deflagra sul finale o delle atmosfere dreamy di Easier Said, delle nuance lisergiche di This Kind Of Feeling o dell’effetto The Vaselines irrobustiti di I Was Home, del riffettone heavy grunge più handclapping di Wall Watcher o della programmatica chiusura del sipario con Space Exploration Disaster.
Rolling Stone ha parlato di una «sorta di Black Sabbath che coverizzano i The Kinks», a restituire metaforicamente il perenne connubio fra elettriche cupe e melodie solari (in un episodio come Creation Myth si passa del resto dalla morbidezza alla dissonanza, e da capo, nel giro di neanche cinque minuti). Di formazioni dallo spirito affine ne potremmo citare a frotte, dai Best Coast ai The Wytches per restare in tema di emergenti, ma non importa. Quello che importa è che il disco funziona. Per fiorire appieno c’è tutto domani, ma per adesso qui si sboccia che è un piccolo piacere.
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