Recensioni

6.5

Quando dopo una ventina di secondi attacca quella chitarra (e quella distorsione e quel delay e quel sustain, ecc.) che ha reso i Sunn O))) i veri padrini di quel suono (no, in realtà c’era già da prima, ma non in questi termini), la sensazione è sempre quella, dicotomica, di una estasi suprema e insieme di un brivido che corre lungo la schiena. I 12 minuti dell’opener Between Sleipnir’s Breaths sono una ode alla stasi metallica, con in più la straniante presenza alla voce dell’islandese Hildur Guðnadóttir (già con Jóhann Jóhannsson, Múm e Pan Sonic) ad avvicinare a una spiritualità atavica, astratta, “altra”, che è sempre stata presente nelle musiche della band di Anderson e O’Malley ma che in questa traccia lascia veramente ogni parvenza di materialità (un po’ come succedeva coi primi lavori degli Om, quando alla “durezza” degli Sleep subentrò qualcosa di altro).

È però l’intero album a risuonare di quella dicotomia tra solita heavyness e insolita trascendenza, tra piccole screziature, contrappunti, variazioni minime, tenui colorazioni che superano il nero-standard (l’organo di Anthony Pateras in Troubled Air, ad esempio, o il “vuoto” metà pneumatico, metà ascetico della parte centrale di Novae, ottenuto grazie anche al misterioso haldorophone dell’islandese) che di solito rende il tutto monolitico e quasi inespugnabile, arrivando quasi –  se non fosse una sorta di bestemmia – a toni più “caldi”. Insomma, se Kannon, l’ultima prova a nome Sunn O))) di quattro anni fa, mostrava una certa stanchezza e ripetitività, aveva però il merito di instillare nei due fondatori quel senso di trascendenza che spesso si materializzava in sede live e che su disco ora trova una certa completezza e pure una certa piacevolezza (pur nello sfiancante massimalismo degli 80 minuti di durata complessiva suddivisi in quattro tracce) nell’ascolto.

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