Recensioni

6.3

Quando il decimo disco di una band ha un titolo così, c’è da interrogarsi. Non sono certo degli sbarbi alla ricerca del colpo ad effetto facile, tutt’altro. Soprattutto guardando all’anagrafe e considerando che i quasi quaranta minuti dell’album sono intrisi di una musica solare (forse appena meno del solito) e dal piacere prettamente fisico di imbracciare gli strumenti.

E nonostante gli anni passino anche per Mac McCaughan e Laura Ballance, l’attitudine rimane la stessa del passato, la stessa che li ha messi in pista nuovamente nel 2010, dopo uno iato quasi decennale che aveva fatto pensare a uno scioglimento. Le undici tracce sono il più Ninenties degli emo/power pop e se qualcuno pensasse che muscoli e rughe non vadano d’accordo, si ascoltasse quella scheggia praticamente HC di Staying Home. Certo, qua e là fanno capolino una chitarra acustica (Overflow) e una tastiera (What Can We Do), ma si tratta di suppellettili che non influenzano il tono dell’arredamento. La voce di Mac riesce ancora a graffiare come nei tempi migliori e l’urgenza (tardo)adolescenziale dell’urlare quell’amore per la vita, per la musica (in antitesi al titolo) è tutta lì come sempre.

Allora qual è il senso del titolo per una band sempre identica a se stessa? Ecco la risposta dei Superchunk “maturi” che filosofeggiano: “I hate music/ what is it worth?/ can bring anyone back to this earth/ Filling the space between all these notes/ But I’ve got nothing else/ so I guess here we go” (Me & You & Jackie Mittoo). Chi apprezza, alzerà volentieri il volume. Per gli altri sarà una virgola ininfluente nel panorama attuale.

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