Recensioni

7.1

Sembrano dirselo anche loro, «Però, che tempo per essere vivi». E lo diciamo anche noi. Non tanto sorpresi dalla longevità che è ormai alla portata di tante band che ritornano dopo decenni sabbatici e chissà quali giri, ma dall’esilir di eterna giovinezza garantito evidentemente dal suonare pop-core veloce da una vita (il 1990) e che ti permette nel 2018 di osare con un album militante e duro come i vecchi dischi di punk-rock.

Abbiamo bluffato un pochino. Il “tempo” di cui si parla non sono i trent’anni di carriera (quasi) dei Superchunk, bensì il momento politico attuale: «lo schifo, la vergogna e le cazzo di bugie» contro cui si scaglia la title-track. Se fosse solo Trump la cura ricostituente che potrebbe permettere a dei signori sulla cinquantina di suonare travolgenti né più né meno – anzi, più – di una banda di ventenni, potremmo quasi benedire il suddetto –noi ovviamente ci guardiamo bene dal farlo, e gli artisti fanno bene a reagire come sanno.

È un disco pieno di grinta e rabbia What A Time to Be Alive, anche se temperato dalla melodia, perché parliamo pur sempre dei Superchunk e della loro specialità. Anche adesso che da qualche anno sono tornati a incidere e suonare in maniera regolare. Se prendessimo uno qualsiasi dei loro primi dischi – l’energico omonimo recentemente ristampato o il delizioso No Pocky for Kitty – e lo confrontassimo con quest’ultimo, non noteremmo molte differenze. Magari un suono più pieno e appena meno storto – per l’appunto quisquilie.

Mentre il disco gira e spande a piene mani quel pop-core ancora fresco e irruente, noi pensiamo beatamente ai Replacements –non quelli della reunion, proprio quelli dei bei tempi di Let It Be. Addirittura quelli cattivi di Stink; già, perché se ci sono almeno un paio di pezzi che sono delle carezze hardcore – carezze per modo di dire, stile rock and roll mozzafiato con la batteria pestona tra una Cloud of Hate dissonantissima e una Reagan Youth che omaggia il vecchio gruppo hardcore americano – la regola di What A Time to Be Alive è un guitar pop parecchio incisivo che cattura subito e non stanca nemmeno dopo i canonici ascolti di assestamento. Con il surplus (premiato da un decimo di punto in più) di un ritornello che è impossibile scrollarsi di dosso (quello di Erasure, molto power- e anche molto pop). Vi avremmo risparmiato volentieri il cliché del gruppo anziano che suona con la stessa energia di quando era giovinotto. Non ve lo risparmiamo perché purtroppo è la realtà…

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