Recensioni

5.9

Si tratta di uno degli esordi più chiacchierati, e dunque anche attesi, di questa prima metà del 2018. E le premesse non erano affatto male: un collettivo formato da otto membri provenienti da Londra, Australia, Nuova Zelanda e Giappone, sette dei quali adesso vivono praticamente assieme in una casa/studio nella capitale U.K..  Proprio la location, quest’ultima, dove è stato partorito il primo pezzo, Something For Your M.I.N.D., in collaborazione virtuale con quella Orono Noguchi che è poi la vocalist e paroliera della ghenga. Un pezzo immediatamente apprezzato da Frank Ocean ed Ezra Koenig dei Vampire Weekend. Non bastasse: Domino che si fa avanti per proporre un contratto. Così nasce questo primo album omonimo: dieci canzoncine pop, poco più di mezz’ora di durata. Un pop ispirato, come da dichiarazioni, a maestri della contaminazione audio-video in chiave policroma come Devo, The Avalanches e Beck.

Fino a qui tutto bene, se non fosse che lo spirito del tempo che l’eterogenea combriccola vuole rappresentare è quello fatto di file, social network, computer e GarageBand. Fanno ogni cosa per conto loro, spacciandosi per comune DIY 2.0, sfruttando di certo in positivo le possibilità di aggregazione artistica della Rete, ma in realtà si allineano a quelle che ne sono le criticità. Il Superorganism è una creatura a più teste creata in vitro, che preferisce il mare ricco di pesci all’indie sfera, che non suda e non si sporca le mani, che non ficca la testa in profondità galleggiando a pelo d’acqua, intrattenendo i bagnanti della musica liquida senza mai tentare un’immersione in avanscoperta.

Storia della band e relative considerazioni a parte, all’ascolto il Superorganism è per giunta una creatura abbastanza ordinaria, senza superpoteri – tolti i clip virali, le ingessate coreografie sul palco, gli impermeabili colorati indossati spesso dal vivo. Abbiamo avuto ben altri collettivi (i primi Architecture In Helsinki), ben altri eccentrici (The Fiery Furnaces) al servizio del (synth)pop, tanto per dire. Ci sono alcuni episodi radiofonici pensati per funzionare (ci sono pure degli episodi brutti e basta, tra parentesi), da Everybody Wants To Be Famous – ehm – a Nobody Cares, sino alla stessa Something Fo Your M.I.N.D.. Il livello, però, è sempre scolastico. Non ci sono particolari guizzi, neanche negli arrangiamenti: melodie azzeccate e sonorità digitali, se non irritanti, sgraziati campionamenti dal mondo dei videogame per stare al passo col presente (e a volte cori da oratorio a condire il tutto). I testi oscillano tra una fanciullesca, esaltata positività da cartoon e una vera e propria superficialità. L’ironia è quel che è: It’s All Good, prima traccia in scaletta, inizia con «good morning for now» e Night Time, l’ultima, finisce con un sonoro sbadiglio (in sincrono con il nostro).

Il ciclo giornaliero del disco-Tamagotchi può dirsi concluso. Meglio continuare a chiacchierarli che ascoltarli? Di sicuro è cheap music for cheap times. Di cheap thrills manco l’ombra.

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