Recensioni

6.9

Dura un paio di ascolti la sbornia per questa norvegese dalla voce austera e cristallina. Poi si affievolisce, trasformandosi in un hangover piacevole ma con qualche punto interrogativo. Si fa per dire, ché di cose buone in The Brothel ce ne sono molte. Eppure, nonostante uno stile vocale virtuoso in bilico tra Bjork, Anna Calvi, Joan Baez e un lavoro di produzione sopraffino che mescola classica, ambient ed elettronica (nel disco c'è lo zampino del Jaga Jazzist Lars Horntveth), qualcosa non torna.

I dubbi in realtà nascono dall'impressione che le aspirazioni della Sundfør vadano nella direzione di un pop quanto più possibile ad ampio spettro, più che esplorare coraggiosamente quel terreno di confine che il crossover di suoni alla base dei dieci episodi vorrebbe suggerire. Un tentativo di raccogliere consensi riuscendo a mantenere una certa integrità di fondo, per un disco da interpretare ma nello stesso tempo non troppo selettivo.

Sembra di ascoltare una Enya rivisitata e decisamente indie, a cui si affiancano scenari nordici evocativi (la title-track) e drum'n'bass eterea (Lilith), ambient sognante (Black Widow) e catarsi ai limiti della musica sacra (Father Father), batterie marziali (O Master) e partiture complesse in bilico tra sintetico e archi (Turkish Delight). In un misto di arte, virtù e lungimiranza che ha portato il disco ai piani alti delle classifiche di vendita norvegesi.

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