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Una estenuante battaglia a colpi di mazzate sui denti. Oltre due ore e mezza di monolite d’altri tempi cui nulla, nemmeno l’intervento degli inattesi eventi esterni (nello specifico, il black-out che ha interrotto il sestetto intorno alle due ore tonde, proprio nel mezzo del marasma finale di The Seer), ha potuto frenare la ferocia o intimorire Gira and friends. Anzi, proprio quella inattesa pausa, li ha quasi rifocillati in vista del tour de force finale, destrutturazione impro su canovaccio swansiano, dando al pubblico soltanto l’illusione della salvezza.

Si sarà capito, ma forse si sapeva in anticipo visto il sold out estremo dell’unica data italiana post The Seer: Quella del Locomotiv sarebbe stata – e lo è stata – una spremuta di sangue, un lungo e intransigente percorso di espiazione dei peccati che un Michael Gira capellone, insolitamente loquace e a tratti sorridente ha voluto imporre ai suoi seguaci. Non una seduta psicanalitica di massa – pochi gli interventi vocali del nostro, molto più impegnato a dirigere l’orchestra della morte con ampi movimenti di braccia e schitarrate acide – quanto un vero e proprio massacro: estenuante, fiaccante, stordente, che sceglie la via meno cerebrale e estatica possibile, abbandonata in favore di un aggrovigliarsi di corpi, umori e peccati su per un Golgotha deprivato di ogni riferimento religioso o spirituale. Materico e terreno, come l’onda d’urto che fuoriesce dall’impianto.

Una dimostrazione di forza a base di strappi muscolari, di scontro quasi fisico, di una cattiveria grondante perfidia ad ogni passaggio che si direbbe vecchia un trentennio, tanto che il recupero ciclopico dalla prima fase swansiana, con una Coward da Holy Money dilatatissima e se possibile ancor più malata, non può che confermarcelo. Col ghigno malefico di Gira che sembrava comunicare agli astanti la sua voglia di punire, di far sì che le chiacchiere rilasciate intorno a The Seer come summa dell’intero percorso Swans – roba ormai totalmente da gender study nella sua misoginia palesata – si manifestino in un live che non è ritualistico o trascendente ma materico e fisico, che tende alla sublimazione ma attraverso la sofferenza e il dolore di pezzi che sono maelstrom percussivi cari alla vecchia tradizione industrial. Che nella loro non finitezza e continua rielaborazione (“quando ne ho la versione definitiva, non resta che andare su un palco e distruggerli” dichiarava il vecchio tempo fa) si fanno carne (maciullata) di fronte ad un pubblico silente, stordito, incapace finanche di applaudire a fine pezzo tanta è la violenza, la reiterata violenza punitiva che il sestetto immobile e quasi impassibile, fatta eccezione per il grande vecchio, scarica addosso incurante di tempi e modi.

Un concerto estenuante, in definitiva, ma nel senso più positivo del termine. Sei o sette pezzi, non di più, tra inediti, rielaborazioni in fieri e recuperi. Ma tanto basta per fare del live bolognese uno dei concerti che si ricordano. A tratti troppo autoreferenziale, troppo indulgente con la propria missione, eccessivamente monolitico nello stendere una coltre di cattiveria nero-pece, ma che sembra mettere un punto su quello che sono e rappresentano gli Swans oggi. Il culmine di un discorso musicale, culturale ed esistenziale iniziato trent’anni fa e mai come oggi feroce e programmatico.

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