Recensioni

7.5

È di solito monumentale, ogni nuova uscita targata Swans del nuovo corso. Non che prima Gira & company fossero parchi di dischi e di durate, per non dire di atmosfere claustrofobiche e umoralmente devastanti, ma considerando che anche questo The Glowing Man è un doppio CD o un triplo vinile e che delle otto tracce presenti solo tre durano intorno ai 5 minuti, mentre le restanti si aggirano dai 15 ai 28, c’è da pensare che Michael Gira abbia deciso di prenderci per sfinimento. E invece è una cifra stilistica ormai ben rodata, anche e soprattutto nei live pachidermici che gli Swans hanno portato in giro instancabilmente negli ultimi anni sfruttandoli proprio come laboratorio per testare dal vivo gli umori di una musica in continuo divenire, quasi una seduta psichiatrico-elaborativa pubblica per affinare, aggiustare, far crescere (letteralmente) quei flussi sonori ipnotici in condivisione aperta e diretta col proprio pubblico.

Ecco così che l’attacco ipnotico di Cloud Of Forgotting, uno scarso quarto d’ora di catarsi ascendente, è l’ideale entrée per un lavoro al solito denso e stratificato, sia di segni che di significati: ne è dimostrazione la seguente Cloud Of Unknowing, nenia senza futuro, voce ritualistica e sospensione di ogni forma di vita, che riprende e amplifica lo spossante modus operandi del nuovo corso, chiudendo con una apertura che sembra rimandare a New Mother degli Angels Of Light, album forse mai così “vicino” a certe cose targate Swans.

Due titoli simili per due preghiere, come le definisce lo stesso Michael Gira in note stampa che ci indicano pure come questo disco sia in realtà la chiusura di un doppio cerchio. Il primo è quello relativo alle forze in campo, con la formazione ormai standard costituita da Puleo, Westberg, Harris, Hahn e Pravdica (più il settimo uomo Rieflin) che verrà dismessa dal leader appena terminato il tour di questo disco, per far evolvere il marchio Swans sotto forme nuove e con altri collaboratori, chissà se al livello degli attuali. L’altro cerchio, invece, è fare i conti con l’esperienza Swans nel suo insieme, chiudere quella che a tutti gli effetti è stata una nuova parentesi (durata un quinquennio e almeno quattro dischi ufficiali, senza mai rivisitare se stessa) riprendendo qua e là brandelli di testo (The World Looks Red/The World Looks Black che riutilizza un testo del 1982 “prestato” ai Sonic Youth per la semi-omonima The World Looks Red e si stratifica circolarmente avvitandosi su se stessa), spunti e sonorità (The Glowing Man riprende una sezione di Bring The Sun dal precedente To Be Kind) o traumatiche esperienze di vita (il testo di When Will I Return? cantata da Jennifer Gira) che sembrano riemergere da un passato più o meno remoto. Le due tracce brevi People Like Us e Finally Peace – esclusa la citata, sofferta When Will I Return? – sono le più interessanti del lotto, perché entrambe “canzoni di addio”, meno legate alla stratificazione massimalista del nuovo corso, e anzi, scarne folk-songs sui generis che, nel caso della prima, tracciano il solco col passato («People like us need a dream to escape. People like us, we need to sleep to awake»), mentre spetta alla chiosa svelarcisi corale, luminosa e quasi pastorale, con un senso di apertura quasi gioioso, insolito per certe lande sonore in cui la luce è sempre stata tenuta a debita distanza. A dimostrazione che alla fin fine zio Michael ci vuole anche bene e che non ha la benché minima intenzione di lasciarci orfani di una delle più devastanti e stimolanti esperienze (non solo) sonore ci sia capitato di vivere (e soffrire).

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