• Ago
    01
    2012

Album

Young God

Add to Flipboard Magazine.

Michael Gira si sta pian piano avvicinando a quell’idea di “heavyness” che doveva essere il motore primo del ritorno alla sigla Swans, ma neanche stavolta riesce a centrare in pieno l’obiettivo. Dopo il comeback di due anni fa, con il parzialmente inconcludente My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky il viatico per questo ingombrante nuovo doppio album è stato soprattutto il rodaggio della formazione sui palcoscenici, che del resto ha dato ampie rassicurazioni sulla forma psico-fisica del grande vecchio. Il problema, ma anche il fascino, di un lavoro come The Seer, quindi, al di là dello statement secondo cui dovrebbe essere il culmine di trenta anni di lavoro, sta proprio nel taglio live dei brani, nelle sue fattezze progressive che tradiscono all’istante la genesi di una musica che è nata dall’improvvisazione dal vivo, piuttosto che dal songwriting solitario.

Sorge, quindi, spontanea la domanda su dove Gira stia andando a parare con i nuovi Swans e la constatazione che due ore di musica non siano sufficienti a trovare una risposta esauriente è un fatto che lascia l’amaro in bocca. Eppure stavolta le premesse c’erano tutte. Da un lato il consueto battage pubblicitario artistico-carbonaro con la distribuzione della solita raccolta homemade We Rose From Your Bed With The Sun In Our Head per finanziare i costi di registrazione del disco, dall’altro il cast all star di ospiti che includono Alan Sparhawk e Mimi Parker dei Low, Karen O, gli Akron / Family, Caleb Mulkerin e Colleen Kinsella dei Big Blood, Ben Frost e last but not least, Jarboe, già musa e metà cardinale della vecchia formazione. Sulla genesi dei brani Gira è fin troppo chiaro: “The Seer, Ave. B Blues, Avatar, e The Apostate sono state sviluppate dalla band nelle prove e in tour. Sono cambiate costantemente durante l’ultima serie di date del tour per poi essere catturate e arrangiate con cura in studio. Le altre canzoni sono state create in studio con il contributo e la partecipazione di tutti i musicisti, guidati da una mano invisibile…”.

Più che con dischi come The Great Annihilator e Soundtracks For The Blind, di cui pure si sentono richiami, The Seer va messo in relazione con la raccolta live Swans Are Dead, mentre arretrano sensibilmente, rispetto al predecessore, i retaggi gotico americani degli Angels Of Light. Il trademark è sempre la ripetizione ossessiva dei riff, che nel loro claudicante ripetersi aprono all’armonia e alle soluzioni visionarie e para-kraut di Lunacy e Mother Of the World. L’architrave del disco, la title track che viaggia sui 32 minuti di durata, esemplifica come un paradigma lo stil novo degli Swans, fatto di una ritmica aggressiva e di chitarre ora liquide ora spesse e falcidianti, ma sempre tendenti ad una coloritura acida anziché realmente metallica come in passato. A conti fatti, questo potrebbe essere un lavoro strumentale, perché gli interventi vocali sono minimi e limitati alle coreografie di corredo come nelle backing vocals di Jarboe su Piece of the Sky e The Seer Returns, ai latrati mantrici di Gira, che a tratti ritrovano l’inquietante vena maniaco-depressiva degli esordi, e alla prova country di Karen O su Song For A Warrior. Lo sperimentalismo tout-court si limita alla impro radicale di 93 Ave. B Blues e all’apertura ambient di A Piece Of The Sky che però a metà si perde dietro ad un riff stanco e sonnolento, mentre The Apostate chiude il disco con 23 minuti di alterni sali scendi ritmici e va quindi a fare il paio con la title track chiudendo in qualche modo il cerchio di un disco che, in tutti i sensi, gira su se stesso.

(Streaming via NPR a questo indirizzo).

10 Agosto 2012
Leggi tutto
Precedente
Krafty Kuts – Let’s Ride Krafty Kuts – Let’s Ride
Successivo
Eugene McGuinness – The Invitation To The Voyage Eugene McGuinness – The Invitation To The Voyage

album

artista

Altre notizie suggerite