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8

Album folle e vivo, fusione fredda di colori e svolazzi di genio, inquieta serenata al demone dell’imperfezione. Per gli standard di oggi, insomma, una bestemmia insostenibile, un pugno in un occhio anche per il più coraggioso dei discografici. Difatti lo ritroviamo pressoché relegato ai margini del cono di luce, preda di un culto diffusissimo ma poco visibile, a cui i grandi media concedono giusto uno scodinzolio interessato nelle ricorrenze più brucianti o peggio ancora in occasione di odiosi ed improbabili scoop sul cittadino privato Syd Barrett.

Un disco apparentemente sconfitto quindi ma in realtà vivissimo, forte di sonorità ora scheletriche ora complesse anche in virtù dell’impressionante parterre di musicisti, dai floydiani Roger Waters, Richard Wright e David Gilmour (anche produttore, assieme a Malcolm Jones), ai canterburiani Robert Wyatt, Hugh Hopper e Mike Ratledge (tutti e tre nei Soft Machine), più Willie Wilson (versatile drummer degli psichedelici Quiver).

Possiamo ben parlare di magia sin dall’iniziale Terrapin, country folk scivoloso e sornione: morbidi riccioli di chitarra elettrica a circoscrivere gli angoli del sogno, quella acustica a grattare l’indolenza del ritmo, il contorno di un ritornello-filastrocca che s’accende e s’impenna con l’incanto comico e sgraziato di un mulo. Meraviglie più eclatanti cominciano però subito dopo, con i fuochi d’artificio di No Good Tryng (un drumming anarchico, il basso globoso, l’organo spaziale) e l’impeto vaudeville di Love You (il far west delle convenzioni, con Syd svagatissimo ed un fenomenale piano da saloon).

Era completamente pazzo, il nostro diamante? Più o meno, ma intanto No Man’s Land fa incontrare con inesorabile semplicità la sporca controepica urbana dei Velvet e la (stra)visione psichica di Byrds e 13th Floor Elevator, mentre con un triplo avvitamento carpiato la successiva Dark Globe si offre nuda nel proprio fragile splendore acustico, come un amore che non conosce forma e legge, come se un angelo ubriaco cantasse sull’orlo dell’inferno. Here I Go caracolla su una flebile struttura boogie-jazz che non teme (nessun timore, mai) di concedersi un chorus dal vibrante afflato beat: un pezzo dalle sembianze innocue, quasi amichevoli, che infine si stampa nell’anima come una malattia perniciosa.

A far da spartiacque tra un lato e l’altro pensa(va) la fantasmagorica Octopus, il centro tumultuoso del caleidoscopio, la matematica miracolosa del genio, la tracotanza dei versi che si risolvono in ritornelli repentini, prodigiosi, disinvoltamente aggettati sull’imperfezione sistematica della struttura (l’attrito delle timbriche, il timing incerto, l’uso ingenuo e straripante della stereofonia…). Dopo tutto ciò, quella specie di madrigale dark che è Golden Hair stupisce per limpidezza e misura, con il profondo lirismo della voce (solo un po’ svagata), la solennità della chitarra acustica, il palpitante svolazzare dei timpani e una presenza quasi inavvertibile ma decisiva dell’organo (come schiacciato al livello del terreno). Lo stesso organo che scava tunnel psichedelici nei padiglioni auricolari in Long Gone, dove due trame di canto si intrecciano distanziate da un’ottava di scanzonato delirio (che ai Floyd del dopo Piper, così oniricamente blues, drammaticamente pop e sapientemente cool, sarebbe sempre mancato).

Chissà cosa avrà mai pensato invece Bob Dylan dell’esangue She Took A Cold Long Look, folk che dimentica – sprezzante e cristallino – la propria fisiologica missione affrancatrice e diventa polpa d’anima esterrefatta, sguardo stupito e disincantato sul mondo dei sogni, come nell’incredibile Feel, destrutturato e vibrante pastiche country-folk che d’un tratto decolla verso lidi di fantasia toccante, dove presumo batta il cuore stesso delle sensibilità inafferrabili.

I botti finali sono a cura della sguaiata If It’s In You (poco più di un demo, con le sue brave partenze sbagliate e la velleità di arrivare subito sul cocuzzolo dell’emozione) e della conclusiva Late Night (slide miagolanti in lontananza, una nervatura acidissima di chitarra e batteria, il canto trattenuto su registri bassi e vellutati, la melodia che rimane sospesa su una ridda di ipotesi indefinibili e prodigiose). L’incanto troverà dignitosissima replica qualche mese più tardi con Barrett (1970), appena più pop (vedi la potenziale hit-song Baby Lemonade) e sempre venato di folli estrosità. Poi, praticamente, più nulla di compiuto, solo appunti sparsi raccolti nel discutibile Opel (1989).

Che altro dire? Ah, certo: nei miei sogni di irrimediabile adolescente, renitente al richiamo della testa sulle spalle, un ancor magro e capelluto Syd jamma senza posa con il gemello d’oltreoceano Alexandre “Skip” Spence. Idee lancinanti senza padre né madre, voci tarantolate e vaghe, il sorriso dell’intelligenza istintiva, l’ondeggiare ritmico delle folte chiome come una reciproca approvazione… E niente da rimpiangere, nessuno che se ne sia andato (svanito, perduto) e che vorrei fosse ancora qui.

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