Recensioni

Dalla Nuova Zelanda è giunta a NY, la fascinosa Tamaryn, portandosi dietro e dentro un ribollire algido 80s, versante synth-pop, di quello in bilico tra caligini wave e formattazione radiofonica, che tra look plastici ed edonismo incandescente aveva se non altro il merito di rimanere aggrappato alla possibilità di poter in qualche modo riconfigurare la realtà. Due album alle spalle (The Waves del 2010 e Tender New Signs del 2012) e oggi un terzo lavoro che porta a compimento tutte le congetture dream, noise e shoegaze, irrorandole di un senso melodico che ha tutta l’aria di volerti ammaliare e buone possibilità di riuscita.
Siamo nel campo dell’artificio totale, retrò(maniaco) dalla testa ai piedi, in ciò ben codificato e convincente, come entrare in un parco a tema così maniacalmente curato che finisci per cedere all’incantesimo. Soprattutto, appunto, ci sono gli incantesimi, vale a dire i pezzi. Prendi Collection, languida e suadente come dei Dead Can Dance semplificati Moroder, la post wave catchy di Softcore come una Goldfrapp alle prese con la materia New Order, oppure la giocoleria Kim Wilde nobilitata shoegaze di Hands All Over Me. E poi ancora effusioni neoromantiche e panature arty come una Kate Bush con tentazioni Jesus & Mary Chain (la titile track), un ricordo ingentilito dei Propaganda (Sugar Fix) o una versione diafana dei Cure (Fade Away Slow).
E’ uno di quei dischi che ti convincono a fare un secondo giro e poi diventano dieci, magari anche venti. Mi chiedo soltanto se farà lo stesso effetto a chi non è reduce dagli Eighties come il sottoscritto. Mi chiedo cosa possa pensarne un ventenne, ecco. Non nascondo la curiosità.
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