Recensioni

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Tara Jane O’Neil è la madre di tutte le neo-cantautrici, che si tratti della lineare Marissa Nadler o dell’ultima, obliqua Grouper.

Al quinto lavoro – primo per la K Records – e assistita, tra i tanti, dai sodali Jean Cook e Daniel Littleton, l’ex Rodan è la solita e flebile chanteuse che ha fatto proprio il registro più sedato dei Velvet Underground (Dig In) e le docili pagine di Judee Sill (In Tall Grass) e Joni Mitchell (Drowning) per travasarlo in quell’universo che fino a qualche tempo fa veniva etichettato post-rock. Solita O’Neil insomma, l’ugola trasognata come se cantasse alle prime luci dell’alba (Biwa), classica e ormai matura alla stregua dei nomi di cui sopra (la splendida Howl), sinistra (Beast, Go Along sembra una versione al femminile di We Will Fall degli Stooges), visionaria come Ry Cooder (Pearl Into Sand) ed elegiaca che manco alla Kranky (The Drowning Electric).

Dopo una carriera più che decennale, spendere altre parole sul personaggio crediamo sia inutile. Come il caro amico che non cambia mai e che sai esserci per sempre. Chi la conosce sa cosa fare. Chi non la conosce, anche.

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