• Feb
    08
    1977

Classic

Elektra

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Tom Miller (voce, chitarra, tastiere), Richard Meyer (basso) e Billy Ficca (batteria) fondano nel 1972 i Neon Boys, trio scelleratamente dedito al proto-punk. Di lì a poco però ne succedono di tutti i colori: per un Richard che se ne va (all’inferno) a formare i seminali Voidoids, un altro ne arriva (Richard Lloyd, chitarra e cori), al basso subentra Fred Smith (già nei primi Blondie), infine Tom muta il cognome in Verlaine (come l’amato poeta decadente). E’ il 1975, la new wave è un qualcosa di ben presente nell’aria, ed è il tempo dei Television.

Pensate ad un qualcosa che accadde nel luogo (New York) e nel momento più giusti, pensate ad un panorama vorticoso di personaggi, correnti e intuizioni in quel ricettacolo di geni e furbastri che fu il CBGB’S: Malcolm Mc Laren (l’inventore dei Sex Pistols), Patti Smith, i Talking Heads, i Blondie, i Ramones… Se aggiungiamo che questo disco porta in copertina una foto scattata dal grande e compianto Robert Mapplethorpe (la band colta in una luce esangue, i corpi arresi all’evidenza di essere corpi…) e che per un soffio non è stato prodotto da Brian Eno (con lui furono effettuate le prime sessions, oggi raccolte in un raro bootleg), beh, dall’album di debutto dei Television non c’è che da aspettarsi qualcosa di esplosivo.

E infatti le otto tracce di cui è composto sono altrettanti micidiali congegni sonori, così intensi e lucidi da aver ridisegnato il profilo del rock, regalando – ed è quel che più conta – nuove scenografie ai nostri sogni più inquieti. Eh, perdonatemi il volo pindarico: ho un debole per dischi così intensamente legati ad una visione, tanto che sembrano fatti della stessa materia di luci, ombre e colori. Hanno l’indubbio vantaggio di mantenere (a dispetto del tempo che divora vite, illusioni, idee) tutto il potenziale suggestivo e la velleità del sogno, il richiamo imprevedibile della memoria, il ritratto spietato e generoso della bellezza.

Il neon vorticoso del retro-copertina si rispecchia nelle note algide di See No Evil, riff scarno sul canale sinistro e ghirigoro nervoso in quello destro, il tonfare frenetico della batteria, lo sguardo disincantato dell’era garage rappreso in un canto convulso, beffardo, frastagliato: è un ritorno e un abbandono, il riappropriarsi di un idioma che sembrava – perdutamente – alla deriva. Un linguaggio capace di languide, decadenti dolcezze, come nella successiva Venus, all’inseguimento di un affilato fraseggio di chitarra, il tracotante giro di basso assediato da coretti avvolgenti e allusivi, un ritornello capriccioso che ci trascina fino al luogo di delizie in cui ci attendono piccole magie percussive e un assolo misteriosamente vellutato.

E’ invece acido e black il respiro di Friction, ancora un duetto ubriacante tra incandescenti pennate stoniane e un’ossessiva ricamatura funky: la ritmica sembra collassare in tanto stridore, la voce di Tom è spesso sul punto di tracimare nel discanto, un gigionesco Smith si aggira inesorabile come un autentico felino della quattro corde… A questo punto compare Marquee Moon, strategia imperscrutabile a precipizio nel palpitante cuore dell’album: inutile dire che Lloyd e Verlaine imbastiscono un altro memorabile duello-dialogo a suon di corde sfiorate, sviolinate, ritorte, slanciate, sguinzagliate, per dieci minuti di ballatona vibrante al cospetto di una luna matrigna e terribile, miraggio indecifrabile e sgomento, ultimo rifugio nell’accogliente alcova del mito. Scomposto e velleitario? Un po’ autoindulgente? Forse, ma il fascino di questo pezzo va cercato nel suo afflato impressionista, nella capacità di rappresentare i nudi contorni di una mirabolante visione notturna, lucida e crudele come il cadavere di un sogno.

Elevation calca invece i tasti di un indefinito dolore, stretto tra il brusco assolo a firma Lloyd ed il canto straziato di Tom, con la via di fuga di un chorus perentorio e un orlo d’organo sullo sfondo a chiudere meravigliosamente il cerchio. Dal melodramma scivoliamo nella grazia incantata di Guiding Light, dove a rallegrarci troviamo la presenza amica di un piano ed il frastagliarsi vivace degli arpeggi, poi la voce che sdilinquisce liquida, appena perturbata dalla programmatica, inalienabile irrequietezza. E c’è pure modo di dare libero sfogo al sarcasmo grazie agli umori latini di Prove It, i cavi della tensione (ed i nervi) pericolosamente scoperti, custode di schitarrate taglienti e di un estroso lavoro del buon Ficca ai tamburi.

Il sipario si chiude su Torn Curtain, dove il battito rallenta sotto un lungo assedio di sconfitta e dolore, la melodia prigioniera di un gorgo triste e amaro… Certo non rinfrancano i lancinanti appigli degli assolo, la sponda tenera di organo e piano, la furia desolata della batteria: è un epilogo cupo e dimesso, come una notte che si stende inesorabile sul mondo, per cancellare ogni sogno, ogni respiro, ogni singola luce.

Il successo del disco fu meritatamente sostanzioso, ribadito l’anno successivo dal buon Adventure, che tuttavia anticipò di poco il repentino scioglimento. Lloyd e Verlaine da solisti vivranno di alterne fortune, ed una reunion del 1992 produrrà un dignitoso album omonimo ma niente di più. Una carriera non troppo fruttuosa, quindi, sufficiente però a tracciare un solco indimenticabile, lo stesso che ritroviamo implicito nei Joy Division, diluito nell’opera dei Cure, visibilissimo nei primi U2 (provate a confrontare la loro Sweetest Thing con Guiding Light) e presenza ectoplasmatica negli Strokes e affini. Ma, a parte le influenze, quello che davvero impressiona è l’integrità a dispetto degli anni, l’elastica modernità dell’impianto, il nitore e la sconvolgente profondità del suono.

Un album che è bello sapere nella propria discoteca: appassionante, magico e indimenticabile come uno spicchio di luna.

1 Gennaio 2004
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