Recensioni

6.7

Era il 2000 quando Terrence Dixon pubblicava il primo From the Far Future. Tra esso e il presente un altro episodio dallo stesso titolo (nel 2012), la crisi economica, la bancarotta di Detroit, crisi personali (la sua, che lo ha portato ad annunciare il ritiro dalle scene – poi ritrattato – nel 2014). È cambiato molto, ma gattopardianamente non è cambiato niente. Perché la techno minimale dello schivo producer detroitiano si abbevera ancora alla medesima fonte, ed è una sorgente inesauribile: quella delle periferie, delle storie disperate dietro sorrisi senza denti ai lati delle strade masticate ora dalla gentrificazione, ora dal decoro; quella, insomma, del tardo capitalismo decadente. Perché è vero, lo dice lui in una delle rarissime interviste disponibili in rete, la sua città intanto si è ripresa, le cose sono migliorate ma «è come se avessero preso tutti poveri e li avessero semplicemente spostati ancora più in periferia, sostituendoli con gente più ricca».

Se è quindi questo il mondo in cui la musica di Dixon prende forma, FFF3 (questo l’acronimo del titolo) vi ci accompagna in maniera tanto graduale quanto ineluttabile. Ben presto infatti ci si ritrova negli abissi acquatici di scuola Drexcyia, che avvolgono le vetrine sfitte di una Motor City sommersa, nella quale batte un sinistro cuore industriale (le prime due tracce, su tutte). E allora non è davvero più un mistero la fascinazione di Dixon per la musica ambient, che innerva come mai prima questo disco (Found in Space, Remarkable Wanderer, By Land, Rotation), portandoci su coordinate spesso distanti dal dancefloor e più vicine a un aspetto intimista. Dopotutto è proprio in questo esasperato sottrarsi al pubblico, al mondo, allo show business che si è fatta strada la crisi di Dixon, ritrovatosi di colpo sopraffatto dal timore di aver sprecato la vita tumulato in uno studio; ed è sempre qui che lui è però ritornato, consapevole di quanto quella, in fondo, sia la sua dimensione.

Il risultato? Un disco che è né più né meno di un ennesimo discorso già sentito attorno alla techno minimale; è però il vocabolario a essere interessante, personale e con una buona dose del menefreghismo di chi, in fondo, ammette candidamente di fare musica senza particolari ambizioni oltre al proprio gusto. Il kick dritto per dritto non è indispensabile, pulsa spesso sotto arabeschi di basso o synth ossessivo (Don’t Panic, I’m Away in Detroit), e tra i panorami ambientali di cui sopra, spuntano qua è là degne reminiscenze alla Saunderson (Spectrum of Light), tantissimo intramontabile amore per la robotica di Dusseldorf (Framework su tutti, e forse c’è pure un rimando nel titolo, chissà), qualche noioso excursus (The Horizon Project) e languida tech house (Unconditional Love).

Il suono alla fine della fiera lo conosciamo, è quello dei tre di Belleville, futuristico e insieme già superato, continuamente ri-superato e forse mai attuale; ma è per questo che c’è, in questo lavoro, il fascino labirintico del ritrovarsi sempre al punto di partenza, in un luogo già visitato. Può risultare snervante, addirittura fare impazzire, ma se ci dimentichiamo per un po’ di volere a tutti i costi uscirne, possiamo forse perfino trovarci a nostro agio nell’ineluttabile ciclicità che rappresenta.

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