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Partiamo da due presupposti. Il film è stato un discreto successo nonostante la data incerta d’uscita e il basso numero di copie distribuite. Con un incasso di € 2.419.207,25387.945 e 387.945 presenze il film di Terry Gilliam entra in classifica nazionale al secondo posto, per poi balzare in testa davanti ad Up (Pete Docter e Bob Paterson, 2009) della Pixar. Secondo punto da cui dobbiamo partire è che tolto qualche cinefilo – in via d’estinzione e già pochi, ancora meno quando si tratta di andare al cinema – la maggior parte del pubblico è rimasta irretita grazie al nome di Heath Ledger. Requiem. Perché alla fine c’è sempre quel qualcosa di morboso. Come quando tra amici si rivede il Corvo (Alex Proyas, 1994) e c’è sempre qualcuno che segnala il momento in cui il protagonista diviene un ammasso di pixel in computer grafica. Ovviamente ogni volta indicando un momento differente. Solo per questo il titolo potrebbe essere cambiato in pornassus, perché di vojagerismo morboso di tratta.

Il nodo centrale è noto a tutti: Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell vengono usati per sostituire Heath Ledger post mortem. L’espediente dello specchio equiparabile ad un calcio d’angolo, a suo modo riuscito. Gol con colpo di testa. O di (ghino di) Tacco, perché poi nelle varie conferenze stampa qualche furbetteria il buon vecchio visionario dei Monty Python se l’è concessa, oppure lasciata sfuggire in buona fede. Ora, sulla riuscita dell’espediente ci sono due scuole di pensiero. Chi vede nella realizzazione una forzatura. Chi, come me, ritiene che tutto sommato la trasformazione dell’ennesimo Dorian Gray sia riuscita, senza molte smagliature al racconto. Anzi, probabilmente se non si sapesse la tragica necessità alla base, qualcuno riuscirebbe persino a reclamarne la genialità. Se proprio bisogna cercare un limite, e non occorre essere puntigliosi e certosini, lo si deve fare nella costruzione dei personaggi, piatti, e in una storia faustiana che di nuovo non aggiunge nulla. Ma niente proprio. Ma del resto Gilliam, come il suo buon illusionista racconta da anni la stessa storia. E lo fa meravigliosamente. Parnassus (Christopher Plummer) sembra essere più un clochard ubriacone, il capo di una carovana dimezzata di Freaks, un uomo incline a vizi come alcool e gioco d’azzardo. Il ritratto del perfetto gentleman inglese, insomma. Tony è la versione anglosassone di Calvi il banchiere di Dio, con tanto di cappio al collo e ponte dei frati a seguito, ed è troppo viscido per creare una minima identificazione.

Quello di Gilliam è un film di ricostruzione. Quella digitale con cui sono ricostruite le visionarie e funamboliche peripezie oniriche dei personaggi. Il livello realizzativo è ottimo, l’impatto visivo anche, tolta l’agghiacciante immagine del cobra tentatore. Quella proprio no. Non siamo ai livelli visionari di Brazil (1985), ma del resto la lezione del Tim Burton di La fabbrica di cioccolato (2005) sembra aver lasciato un segno indelebile nel cinema fantastico. Non nel profilo commerciabile del regista inglese, però, che rimane ancora ancorato ad un ritmo scivoloso e sincopato a volte fastidioso e difficilmente digeribile dal pubblico medio da multisala e non. Ma Gilliam ha dalla sua la capacità di contrapporre squallore reale ed escapismo virtuale, ed è lì che il lato poetico trova il maggior vigore. Una discesa lisergica nella tana del Bianconiglio in cui vengono messi a nudo i lati nascosti della psiche umana. Si pensi alla maschera, cortina sintetica tra il Tony di Depp e quello di Ledger. Ricostruzione del volto del compianto Ledger attraverso altri feticci. Ma soprattutto è la ricostruzione della biografia di Gilliam, il vero Parnassus, che con un espediente riesce a vincere la morte altrui e la propria, a livello professionale. Una lenta eutanasia. Il vecchio trasandato che ha il potere di dar forma ai sogni della mente, ma che non viene considerato dal pubblico sembra essere davvero l’autobiografia del regista.

Dai fasti dei Monty Python ai problemi di Lost in La Mancha (2002). Dalla terribile porcheria su I fratelli Grimm e l’incantevole strega (2005) all’incompreso e mal distribuito Tideland (2005). Gilliam come Parnassus fa poesia, è l’ultimo grande Orfeo. Ma è troppo poco glam in un mondo in cui a spuntarla sono i diavoli (un insuperabile Tom Waits) dandy, da bombetta, sigaro e guanto in pelle. Hollywood per l’appunto. Al posto dell’acqua di colonia, in diffusione c’è probabilmente un oppiaceo. Il suo è un racconto eccezionale, ironico e amaro allo stesso tempo, un canovaccio di manipolazioni d’immagini e volti confuso e scombinato. Un’ottima sbronza. Per questo gli si può perdonare il cerchio alla testa di qualche raccordo confuso, di quell’idea aleggiante di eterno divenire che non troverà mai sosta e che lo porta da anni a trovare la forma compiuta del suo film forse più bello e meno riuscito, Le avventure del Barone di Münchausen (1988). Come il racconto del monaco Parnassus, uguale ed infinito, ma allo stesso tempo troppo borderline ed alternativo per essere accettato come tale. Forse per questo debole, come la trama del film. Ma come il mondo, anche il film può continuare.

È il cinema di Melies che si riprende la rivincita su quello dei Lumiere, il trucco e l’artificio sul racconto. Un canovaccio da teatro delle meraviglie in cui il fratello Grimm per eccellenza dialoga con la sua musa-strega, il cinema, fino a rimanerne imbrigliato in un nomadismo psichico di cui da carnefice diviene vittima. Il deserto del quotidiano e della solitudine in cui si ritrova un cencioso e sconfitto mago, salvato solo dall’istrionico nano, l’eterno bambino. La beffa di una realtà che si svela attraverso l’ennesima vetrata. Quella che separa illusionista e figlia (Lily Cole), ormai in un altro mondo, quello moderno, a suo modo fatto di vetrine e illusioni. Non necessariamente quello vero o quello buono. Nonostante il cashmere tenga più caldo di un vecchio pastrano, i sogni della testa di Parnassus li si poteva toccare con mano.

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