Recensioni

Nel percorso di ricerca dell’inarrestabile Mike Patton i Tētēma, progetto condiviso con il compositore Anthony Pateras, sono uno dei momenti più riusciti del Nostro e che meglio sintetizza le molteplici direzioni che ha sondato nel tempo: dai Mr. Bungle ai Fantomas, passando per le sperimentazioni avant degli Hemophiliac assieme a Ikue Mori e John Zorn, fino alle collaborazioni jazz estremiste di casa Tzadik. Su Necroscape la formazione si allarga da duo a quartetto, comprendendo in pianta stabile due vecchie conoscenze che già avevano contribuito ad alcuni episodi del primo disco: il batterista Will Guthrie e il violinista Erkki Veltheim. Un ensemble che conferma la grande capacità di mescolare in modo perfetto linguaggi anche molto distanti tra loro per farne un distillato folle e devastante, cosa già percepibile dalle bizzarre note di accompagnamento del disco, pienamente suffragate dall’ascolto.
Infatti Necroscape prosegue il discorso del lungimirante Geocidal, con meno influenze word music ma con la stessa visione iconoclasta che trita assieme jazz, elettronica, noise-rock e musica contemporanea in modo avventuroso e originale. Un linguaggio polimorfo fatto di sovrapposizioni di grind digitale e vaporizzazioni noir, industrial cosmico, aggressioni free ipercinetiche dal sapore futurista, sincopati noise che degradano in ambient colta e rarefazioni ellettro sci-fi. Un delirio sonoro gestito con padronanza dal quale spiccano ancora di più brani come We’ll Talk Inside A Dream, che rilegge i Mr. Bungle in chiave post jazz con inflessioni orientali come farebbero i Dälek; Dead Still, che fa collimare il prog dei Jethro Tull con l’elettroacustica; l’ironia lugubre di Funerale Di Un Contadino, una graffiante bossa nova cantata in italiano, che se da un lato rimanda ai Mondo Cane, dall’altro ricorda l’acutezza di un Vinicio Capossela. Il tutto sorretto da una tecnica esecutiva ineccepibile e uno splendido gusto nella composizione, ma soprattutto da un’ottima prova vocale di Patton, che con disarmante facilità corre ininterrottamente tra timbriche profonde, bel canto e slanci brutalisti, centrando sempre le soluzioni più azzeccate.
Un ottimo disco di avant rock furiosamente sfaccettato, ma costruito con una personalità forte che rende l’ascolto travolgente. Un lavoro ispirato che sotto uno sguardo ironico nasconde una sostanza pregevole, inserendosi con autorevolezza nel solco tracciato da band seminali come Naked City e Boredoms.
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