Live Report
Dal 4 aprile al 6 aprile 2013

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Tre giorni di inabissamento nelle profondità più oscure della psichedelia occulta made in Italy. Il riferimento marino non è casuale visto che Thalassa, festival tenutosi in quel Dal Verme ormai rodato epicentro delle musiche rumorose di Roma Est, ha fatto dell’appartenenza a un mondo “altro” la sua ragion d’essere. Sin dalla scelta del nome – omaggio alla dea della mitologia greca e personificazione del mare nostrum -, dell’artwork che ha accompagnato il festival e della mostra di due lavori originali e site-specific di Re delle Aringhe, l’immersione negli abissi del mare della coscienza è stato il vero trait d’union dell’intero festival, tra calamaroni giganti e oscure creature marine da bestiario borgesiano.

Dal punto di vista squisitamente musicale, la tre giorni romana ha visto sfilare numerosi nomi che suonano familiari a chi traffica con psych in ogni sua salsa, krauterie varie, occultismo mefitico ed elettroniche deviate accomunate sotto il cappello dell’Italian Occult Psychedelia. In nome, cioè, di quel movimento prettamente italiano che negli ultimi anni si è manifestato in forme diverse ma tutte identificate da una stessa, trasversale matrice: la rielaborazione della psichedelia, termine onnicomprensivo declinato di volta in volta nelle sue più difformi e cangianti manifestazioni, virata al nero e considerata come “riattivazione di una memoria collettiva quintessenzialmente italiana”, nelle parole di Antonio Ciarletta.

Si sono così avvicendate sul piccolo palco del locale di via Luchino Dal Verme numerose band che hanno dimostrato come la via italica alla psichedelia più stramba e varia passi giocoforza da una scena che è, prima ancora che organizzazione sonora omogenea, una sorta di condivisione e compartecipazione attiva di una suggestione, in cui pubblico, musicisti, promoter, label si ritrovano spesso sulla stessa lunghezza d’onda (psichica, verrebbe da dire). L’ottundente droning da magma malefico con cui Fabio Orsi conclude la prima giornata va a braccetto con il solo di Luca Massolin a.k.a. Golden Cup a forza di liquide visioni acquatiche; il terzomondismo estatico di Gianni Giublena Rosacroce (in formazione allargata a quintetto, tra fiati e percussioni mediorientali) e Squadra Omega (compattissimi sul versante kraut) è pronto a disfarsi nelle volute hypna-visionarie e post-atomiche di Heroin In Tahiti (in costante crescita, anche in sede live) o nella ritualità pagana di M.S. Miroslaw (Mirko Santoru del collettivo Hermetic Brotherhood Of Lux-Or coadiuvato per l’occasione dal maestro Simon Balestrazzi); l’oscurità post-psych-folk che lacera la pelle dei Father Murphy (sempre più ferita che non si rimargina del panorama musicale italiano) o dei cupi torinesi How Much Wood… lancia ami verso le profondità abissali degli Architeuthis Rex, le svisate horrorifico-tribali dei Cannibal Movie, il minimalismo storico revisited a suon di raga dagli Eternal Zio, le rifrazioni noise post-Black Dice dei Rainbow Island o le oniriche e sognanti visioni di Estasy: infinite forme e suggestioni che hanno fatto da collante ad un mondo screziato come una visione drogata, come un’alterazione di coscienza, come una dilatazione della percezione da cui si riemerge a fatica al termine della kermesse.

A margine del festival, segnaliamo la presentazione del libro del citato Ciarletta, Acid Brains, sorta di indagine sulle psichedelie degli anni zero intorno alla quale si è sviluppata più di un’ipotesi sullo stato dell’arte e sulla storicizzazione del fenomeno. Ennesimo segno di una vitalità dell’underground italiano che riesce a far parlare di sé oltre confine.

26 aprile 2013
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