Recensioni

Non è una reunion come tutte le altre nella misura in cui Greg Dulli non ha mai smesso di agitare il fantasma degli Afghan Whigs durante tutti questi anni. Però lo è, nel senso che dopo il disbanded avvenuto nel lontano 2001, Dulli non ha fatto altro che svicolare, dissimulare, sottrarsi alla presa con variazioni sul tema della sua calligrafia, quel tanto che bastava da non sembrare mai una riedizione degli “ingombranti” Whigs. O almeno non del tutto. Perciò oggi, a sedici anni dal lussurioso ma blando 1965 e a due dalla resurrezione della creatura per imbastire apprezzatissimi live show, ecco tornare un nuovo album di inediti. Pur zeppo di collaborazioni, amici che hanno voluto metterci lo zampino (da Alain Johannes a Joseph Arthur, da Van Hunt a Johnny “Natural” Najera…), è però sostanzialmente colpo di coda di una band mai seppellita dagli eventi (al contrario di molti pesi massimi coevi), che non a caso decide di chiudere questo cerchio rientrando nel roster Sub-Pop.
Una delle caratteristiche tipiche e migliori degli Afghan era la capacità di imbastire canzoni che sembravano perdersi, avvitarsi nel tormento con le idee annebbiate da furia e passione, per poi cavarne le gambe in virtù di un vitalismo crudo e disperato assieme. Ecco, se il lungo excursus di Dulli attraverso i progetti Twilight Singers e Gutter Twins lasciava parzialmente insoddisfatti era proprio per l’eccessiva quadratura delle forme, per la fregola di esplorare limiti e attitudini (soul, rock, blues, psych) tracciando mappe fin troppo chiare. Allo stesso modo oggi, ascoltando la febbricola androide di The Lottery o le brume mediorientali di Matamoros, potresti pensare che dell’antica formidabile avventatezza sia rimasto solo un marchio omeopatico, e che la dimensione più attuale si compia invece nel radiofonico tex-mex intelligente di Algiers (sorprendentemente scolpito tra ugge Calexico e baluginii R.E.M.). Ma le cose non stanno propriamente così.
Al netto di un palpabile mestiere che fa aprire il programma col languore graffiante e avariato di Parked Outside, questo disco sa regalarci echi convincenti dell’antico muoversi erratico, vedi l’irrequieta processione a cuore nero di Lost In The Woods con le sue vampe rigogliose e lo sparso affanno di fiati e wurlitzer, vedi il piglio motoristico, le sviolinate sulfuree e l’animo indolenzito di Royal Cream, oppure quella These Sticks che sviluppa un’idea sonica quasi prog tra struggimenti pensosi e un bailamme immaginifico (fiati, chitarre, percussioni, tastiere) sigillate da una enigmatica sordina davisiana. Il buon Greg canta come se gli fosse rimasto un filo di voce nel serbatoio dopo una notte di tormenti, da quel buio pieno di diavoli e delizie che è la sua anima. E tanto ci basta per farci accettare melodie non eccelse come ottime occasioni per averci di nuovo a che fare. Del resto, forse la scrittura non è mai stata il suo forte. Ma tutto il resto sì.
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