Recensioni

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Con lo straordinario progresso che negli ultimi 50 anni ha sospinto la musica e i suoi protagonisti, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello delle abilità di chi cavalca tale sviluppo, diventa spontaneo pensare che al vertice della classifica dei dischi ritenuti più importanti – del rock – ci debbano essere titoli che più di tutti hanno goduto di questa evoluzione, e di conseguenza registrati in tempi recenti. Se Jimi Hendrix, solo per fare un esempio, ha aperto una porta su una nuova dimensione riguardante la chitarra elettrica, ecco che i millennials armati di chitarre e pedaliere sempre più sofisticate, tutti strumming, shredding e soloing, dovrebbero fare una rivoluzione (sonora) più spesso di quella che fa la Terra intorno al Sole. Ma non è così. Oltre alla tecnica, anzi prima di ogni cosa, ci vogliono talento ma soprattutto visionarietà. E carattere, abnegazione, persistenza come piovesse: ricordate lo slogan da imbattibile copywriter del Mourinho interista «la Champions non è una ossessione ma un sogno»? Ecco, Brian Wilson – personalità dominante dei Beach Boys – da spirito indomito e controcorrente ha fatto esattamente l’opposto. Realizzare il disco a prova di errore, critica, incertezza, spostare in avanti i limiti dello steccato, per lui era pura ossessione. Una missione che valeva una carriera, una vita intera, equilibrio psicofisico compreso.

Ecco dunque che in cima a una di quelle liste che tanto piacciono a tutti, quella dei migliori dischi dall’invenzione della ruota a oggi, ci sono band come i Beatles che avevano a disposizione studi di registrazione meno flessibili di quanto offra un odierno desktop dotato di appropriato software. E i Beach Boys. Che hanno sempre goduto di minore appeal e stampa dei Fab Four – da questa parte dell’oceano, ovvio – ma con essi hanno battagliato ad armi pari (almeno in questo caso). Tanto da osservarsi vicendevolmente con curiosità e interesse nell’intento di vincere la Battle of the battle of the bands. Pet Sounds, 1966, è nato per spirito di emulazione e infine di superamento. Lennon e McCartney (e Harrison e Starr, certo, non voglio fare torto a nessuno) un anno prima avevano messo in circolo Rubber Soul, l’album che contiene Norwegian Wood, Michelle, Girl, Drive My Car e Nowhere Man.

Brian Wilson aveva come faro i Beatles e un secondo punto di riferimento passato alla storia della musica rock col nome di Phil Spector, il produttore ideatore del cosiddetto “wall of sound”, il muro del suono costruito uno strato alla volta, impenetrabile alla più microscopica stasi sonora. Una muraglia vibrante che doveva fare tremare con l’effetto delle trombe del Giudizio Universale: possente e incrollabile. Benché nella versione di Brian Wilson – nella sua particolare visione – sarebbe risultato una barriera dagli angoli smussati da inarrivabile soavità. Dopo una lunga serie di dischi e il nome stesso della band consacrati alla frivolezza, Brian Wilson di fronte allo specchio si chiese quale lascito consegnare ai posteri. La risposta fu Pet Sounds, un album che doveva oscurare il Rubber Soul considerato dai più il punto di arrivo, ma dal leader dei BB inteso come la rampa di lancio per un disco – più suo che dell’intera band – che puntava dritto al centro del firmamento pop, dove si sarebbe incastonato, e tuttora lì resta, come una delle stelle più brillanti.

Per realizzare un disegno così ambizioso a Brian non bastano più i fratelli Carl e Dennis, il cugino Mike Love e Al Jardine, un amico di vecchia data. Anzi, quasi li mette in disparte, affidando loro soprattutto le armonie vocali imprescindibili: mentre gli altri sono in tour, causa la paura di volare e altre patologie di natura psichica, Brian si rinchiude in studio facendone una roccaforte imprendibile e dorata (alla fine il disco costerà 70.000 dollari, una cifra per quegli anni spropositata). Per dare corpo al brulicare di idee che gli ingolfano la testa nel modo più vicino a come le sente, Wilson ingaggia The Wrecking Crew, il corrispettivo musicale della “sporca dozzina” di Robert Aldrich (che sarebbe arrivata al cinema un anno dopo): un manipolo di rodati e affidabilissimi session men che provenivano in buona parte dal mondo del jazz e della classica, corresponsabili – diretti proprio da Phil Spector – di una miriade di successi (California Dreamin’, Eve of Destruction, I Got You Babe, River Deep/Mountain High, Strangers in the Night, These Boots Are Made for Walkin’, Mrs. Robinson, The Boxer, Aquarius/Let the Sunshine In… solo per citarne alcuni prima e dopo il 1966, compresi I Get Around; Help Me, Rhonda e Good Vibrations degli stessi BB).

Questi portano in dote perizia e una miriade di strumenti (oltre all’armamentario di base della rock band, timpani, clavicembalo, archi, fiati, ukelele, mandolino, fisarmonica, accessori elettronici tra cui, si sospetta, anche il theremin…) capaci di ampliare lo spettro sonoro fino a mettere la pulce nell’orecchio ai cultori del prog rock. E tra questi persino alla creme, a coloro cioè che si prodigano per diventare l’Heinrich Schliemann del genere, ovvero colui capace di antidatare in via definitiva il primo concept album. Cosa oramai impossibile, poiché qualcuno ha anticipato la data fino all’insospettabile Ol’ Blue Eyes e al suo In The Wee Small Hours pubblicato nel 1955. Ovvio che chi ha giurato fedeltà a una causa sonora così nobile rifiuti sdegnato l’idea di connivenze con un passato mainstream (Frank Sinatra); e alla mai soddisfatta ricerca del concept-album/Sacro Graal, spostando l’attenzione in avanti di 11 anni, guardando bene, ascoltando meglio, ecco che le stimmate del lavoro dalla trama unitaria potrebbero scaturire proprio dai solchi di Pet Sounds.

Le prove non sono schiaccianti ma il sospetto è forte: il capolavoro di Brian Wilson (con l’amichevole partecipazione dei restanti Beach Boys) non si regge su una trama schietta, non si tratta di 13 vagoni in fila indiana trainati da una locomotiva (quella che si sente alla fine del disco, prima che i cani di Brian legittimino il titolo dell’album) lungo un percorso dalla stazione A alla B. Si tratta piuttosto di una scatola di cioccolatini sonori: alcuni dolci, altri dal retrogusto amarognolo, altri ancora con un sapore mai offerto in precedenza (dai BB) e imprevisto. Lo zucchero di Wouldn’t It Be Nice e You Should Believe In Me; poi praline miste a nostalgia (Here Today), disagio (I Just Wasn’t Made For These Times), malinconia (Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder) e Caroline No), incertezza su domande più intense di quelle generate da una tavola da surf (I Know There’s An Answer).  Una scatola dove ogni offerta rimanda a quella dopo, un concept, una parata mozzafiato di stati d’animo, profumi, dettagli, suoni, parole scritte da Brian Wilson insieme al paroliere esterno alla band Tony Ashter per la prima volta, pensieri, idee. Ne scarti uno e non puoi fare a meno di allungare una mano per cercare quello dopo. Ci sono anche due brani strumentali, equidistanti, che contribuiscono a conferire a Pet Sounds una dimensione circoscritta (ancora concept) ma più ampia, Let’s Go Away For A While e Pet Sounds, micro-theme da film che esprimono esuberanza compositiva, dal jazz al tema per orchestra, in pochissimo spazio come sanno fare i più brillanti.

Pet Sounds non era il disco che ci si sarebbe aspettati dai Beach Boys. Anzi suonava così fuori sintonia rispetto a quanto fatto in precedenza che in patria raggiunse solo la posizione n. 10 in classifica, uno dei risultati più deludenti della loro intera carriera. Ma ciò che conta era che Brian Wilson aveva raggiunto il suo intento: «Lennon e McCartney» – disse – «sono rimasti sbalorditi». Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, che a sua volta avrebbe dato la stura a una miriade di seguiti, derivazioni, svolte musicali, parte da lì, in una sorta di sfida a distanza nello spazio e nel tempo con i Beach Boys. Lo ha ammesso McCartney. E secondo Bill Bruford – batterista di Yes, King Crimson e Genesis: chi più attendibile sulla materia? – il prog rock, casa per eccellenza del concept, senza lo spartito della Club Band beatlesiana non sarebbe apparso all’orizzonte per strabiliare un po’ tutti per almeno un lustro.

Pet Sounds dura circa 37 minuti. Pare un battito di ali nell’era post-vinile, negli anni dei CD di durata anche doppia, nei tempi attuali della vita e della musica liquida. Ma sono 37 minuti di estasi dove nulla, ma proprio nulla, va perduto. I migliori comunicatori hanno bisogno di meno parole, meno immagini, meno tempo, per lasciare un messaggio indelebile. E pensare che si tratta di un disco che non utilizza neppure la tecnologia stereo che tanto ha regalato al rock: un po’ perché si trattava di una tecnologia ancora agli albori e scarsamente utilizzata; in buona parte perché da bambino Brian Wilson aveva subito una randellata da un coetaneo che lo aveva reso sordo dall’orecchio destro al 98%. Piccoli scherzi tra buoni amici.

Chi si avvicinasse oggi a Pet Sounds per la prima volta potrebbe sperimentare una sensazione di déjà vu e cominciare a pensare che le dicerie sulla reincarnazione siano faccenda seria. Non preoccupatevi, il fatto è che quella musica l’avete già sentita perché generazioni di musicisti – consciamente o no –, epigono ed epigoni degli epigoni, hanno attinto da tale pozzo di San Patrizio musicale. Wouldn’t It Be Nice, per dire della sua eternità, continua a rallegrare spot pubblicitari: nel 2011 (una cover) la usa Wolkswagen, nel 2014 la Kinder. Due nomi a caso tra i più evidenti e luminosi ammiratori/saccheggiatori di Pet Sounds sono Todd Rundgren, musicista a tutto tondo e produttore di fama universale, e gli XTC di Andy Partridge benché additati a ripetizione come eredi dei Beatles. Pensate cosa sarebbe potuto nascere dall’incontro dei due: nonostante i poderosi litigi in studio, Skylarking, che arriva nei negozi a agosto del 1986, è ricolmo di ammiccamenti a Pet Sounds. Tanto quanto gli ultimi 30 anni di registrazioni della band di Swindon o i primi 10 almeno del gigante, artisticamente e fisicamente parlando, di Philly.

Pet Sounds fa guadagnare ai Beach Boys un posto nell’empireo della musica moderna e allo stesso tempo ne decreta la fine: Caroline, No venne infatti pubblicata come singolo di debutto di Brian Wilson in attesa di un album, SMiLE, che fu procrastinato fino ad essere abbandonato del tutto (ma poi ri-registrato nel 2004 e intitolato Brian Wilson Presents Smile, e infine resuscitato in forma di box nel 2011 col titolo di The Smile Sessions rimaneggiando ciò che si è recuperato delle tracce originali). Per “fine” si intende l’inizio della fase discendente della parabola artistica. I Beach Boys incideranno fino al 2012 con alterne fortune, accantonando Brian Wilson per poi reintegrarlo, per farsi causa tra diversi membri a più riprese, perdendo per annegamento e malattia Dennis e Carl Wilson. Ma soprattutto producendo dischi mediocri, buoni o inutili. Tutti a distanza siderale, qualitativamente e nonostante diversi successi di classifica, da quanto raggiunto in quel lontano anno di grazia 1966.

Pet Sounds, dunque, come canto del cigno dei Beach Boys. Nel titolo era già scritto come sarebbe andata a finire.

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