• Gen
    01
    1966

Classic

Capitol

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La storia di Pet Sounds ebbe inizio quando i Beatles, l’ossessione di Brian Wilson, pubblicarono il primo album dai leggeri vagiti psichedelici, Rubber Soul. Fu un quel preciso istante che il beach boy dichiarò aperta una personale guerra contro Lennon e McCartney all’unico scopo di superarne il genio.

Il 1965 fu un anno di profondi cambiamenti. Il Vietnam era dietro l’angolo e le droghe divennero il vizio preferito di un Brian che impose una radicale sferzata alla band: le tavole da surf vennero appese al chiodo, il sole e le spiagge messe in un angolino per affrontare temi ben più realistici, personali, intimi. Il travaglio di Pet Sounds durò quasi un anno (cosa alquanto strana se si considera che nei tre anni precedenti i Beach Boys avevano licenziato nove titoli), un alternarsi infinito di musicisti (si parla di almeno cinquanta individui), ben tre diversi studi di registrazione, una gamma di strumenti che andavano dal piano alle percussioni, clavicembalo e vibrafoni, senza dimenticare la comparsa di un theremin allora estraneo in qualsiasi disco pop.

Le cronache dell’epoca parlano dell’album come un vezzo personale di Brian con i restanti membri del gruppo poco inclini alle nuove politiche. Una ricerca di perfezione che lo costrinse a lasciare il palco e rinchiudersi in studio con Tony Asher, uno sconosciuto autore di jingle pubblicitari che ne divenne il perfetto alter ego.

Tra i primi esempi di concept (si parla delle vicissitudini che un individuo si trova ad affrontare al passaggio dall’adolescenza all’età adulta), Pet Sounds fu l’album che, almeno inizialmente, spiazzò gli americani, ma esaltò da subito il Regno Unito piazzandosi al secondo posto nella chart nazionale e facendo portare a casa al gruppo il premio come band dell’anno. Basterebbe l’ode all’amore di God Only Knows, eletta da Paul McCartney come la più bella sinfonia di parole e musica, a fare di quest’album un oggetto immancabile in qualsiasi discografia che si possa definire tale ma non è l’unica. La ripresa del traditional Sloop John B fu il singolo di maggior successo dell’album (raggiunse il terzo posto di Billboard rimanendoci per undici settimane). La voglia di “surfare” era ancora evidente in Wouldn’t It Be Nice, ma ad emergere è la dichiarata voglia di amore che Brian esplicita sia nella citata e commovente God Only Knows (“I may not always love you, But long as there are stars above you, You never need to doubt it, I’ll make you so sure about it, God only knows what I’d be without you”), che nella toccante Don’t Talk – Put Your Head On My Shoulder (“I can hear so much in your sighs And I can see so much in your eyes There are words we both could say But don’t talk, put your head on my shoulder”), tutto immerso in un tripudioso wall of sound memore della lezione di Phil Spector.

Dopo Pet Sounds avrebbe dovuto esserci Smile dalle cui session naque l’ultima grande sinfonia pop del signor Wilson, Good Vibrations.

3 Marzo 2005
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