Recensioni

Spiegandoci i motivi per cui il buon Dio ha creato la radio, i Beach Boys ci spiegano perché sono stati chiamati a calpestare questo triste pianeta: per cantare l'estate utopica e radiante del Sogno Americano. Il cinquantesimo anniversario è un evento simbolico, certo, ma è il caso di cavalcare l'onda del simbolico fino in fondo, perché è la dimensione in cui le loro canzoni, quel suono, quelle sequenze di pellicola pescate nel paradiso delle aspettative, accadono. Fa giusto mezzo secolo quindi dacché le impagabili sciocchezzuole surfiste dei fratelli Wilson e compagni di merende ampliarono la percezione della giovinezza California-style divenendo d'amblé archetipo globale. Una gabbia dorata stilistica da cui evasero con una delle più spettacolari progressioni soniche della storia della popular music, un balzo esponenziale dal ruolo di formidabili hit-maker generazionali a cesellatori del più serico, visionario, immaginifico classic-pop mai udito.
Tra le band in possesso di un sound peculiare, i Beach Boys sono forse quelli più riconoscibili per calligrafia compositiva, arrangiamenti ed interpretazione. Un immaginario da cui hanno pescato innumerevoli e disparati epigoni, nessuno però avvicinandosi a quel livello di arrendevole e pervadente candore. Sia benedetta la spinta centripeta che ha fatto riunire per quanto umanamente possibile la gloriosa compagine – Brian Wilson, Mike Love, Al Jardin, Bruce Johnston e persino quel David Marks che se ne andò nel lontanissimo '63 – chiamata a sfornare una dozzina di tracce nuove venti anni dopo la precedente raccolta d'inediti. Com'è andata? Molto bene e abbastanza male. La scaletta inizia nel migliore dei modi, sorta di dissolvenza malinconica e vaporosa Think About The Days, poi è quintessenza beachboysiana a passo medio la title track, quasi muscolare nella sua affabilità sapendo di poter contare su un immaginario titanico a cui si aggrappa morbida e implacabile. Da Isn't It Time in avanti inizia però un esercizio di mestiere senza troppo genio, talora con gusto (il tepore caraibico di Daybreak Over The Ocean) ma più spesso fiacco (il bignami pop-soul di Spring Vacation, la bolsamente funky Beaches In Mind, il doo wop salottiero di Shelter) o comunque sfocato (una Strange World che semmai si riprende qualcosa di quanto prestato agli Alan Parson's Project di Don't Answer Me).
Quando già stai per arrenderti all'inevitabile, ecco spuntare From Here To Back Again, traccia numero dieci, e tutto cambia: piano, cori languidi e chitarra per mini-suite meditabonda che t'infonde un senso d'abbandono sciropposo, ottima per preparare il terreno all'incantesimo struggente di Pacific Coast Highway, sorta di ipotesi power pop accorata e teatrale nella scenografia onirica dello spaziotempo surfista. A chiudere c'è poi Summer's Gone, pensata in origine da Wilson come l'ultima canzone dell'ultimo disco dei Boys, e non fatichi a capirne il motivo visto il passo letargico e l'estro crepuscolare, come una marea di nostalgia polposa, senso di perdita ovunque ma anche di fierezza per ciò che si è definitivamente posseduto (curioso – quasi incredibile – che vi abbia contribuito con alcune idee anche Jon Bon Jovi, presente durante le sessioni d'incisione).
Tirate le somme, ok, è un album più celebrativo che altro. Giusto e bene in fondo che sia andata così: se i "ragazzi" si fossero accontentati di un ep, rinunciando a tutte le bagatelle centrali, avremmo dovuto raccontarvi un prodigio difficilmente spiegabile, con strascichi di aspettative – ne converrete – piuttosto sconvenienti. Buona estate.
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