• Nov
    17
    2003

Album

EMI

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I Toerag di Londra sono il tempio del vintage. È qui che gli White Stripes – ma sono solamente la punta dell’iceberg – hanno inciso Elephant, convinti che l’utilizzo di apparecchiature rigorosamente analogiche avrebbe conferito ai loro brani l’agognata patina sessantina. Così non fa specie trovare, accompagnati da Liam Watson in una visita virtuale alla sala di registrazione, tra il rinato Emi Redd 17 Valve Desk proveniente dagli Abbey Road Studios e un Revox B77, uno Shure 545 “Unidine III” e il Lockwood loudspeaker cabinet, due immagini di una band che ha pubblicato a metà novembre 2003 un cd impregnato fino al midollo di quelle sonorità e di quelle atmosfere. Si chiamano Beatles, anzi, The Beatles (oggi non sei nessuno o quasi, senza The): la pagina “backline” del sito ci mostra il batterista, i capelli da beatnik, seduto dietro una fiammante Ludwig; in un’altra foto – nella formazione standard due-chitarre-basso-e-batteria – i quattro pubblicizzano l’uso degli amplificatori Vox, rigidi come stoccafissi e un po’ più giovani che sulla copertina e nel libretto di questo Let It Be… Naked (titolo sconcio anzi che no, ma ai giorni nostri è inutile meravigliarsi).

Il più che esauriente booklet (quanti gruppi agli esordi possono vantare un simile, ricco packaging?) ci mostra The Beatles in studio, al lavoro e nei momenti di relax, introdotti da cinque-pagine-cinque scritte da tal Kevin Howlett: pare che sia stato un produttore della Bbc, e comunque ho saltato l’articolessa a piè pari per non lasciarmi influenzare – si dovrebbe sempre farlo -, come a piè pari per l’identico motivo ho saltato le quattordici pagine di dialoghi tra un certo Lindsay-Hogg (omonimo del regista inglese Michael, pioniere dei videoclip?) e i verbosissimi componenti della band. In ordine di apparizione: Paul, Ringo, George e John. Alla Limited Edition dell’album è allegato un secondo cd intitolato Fly On The Wall, che gli appassionati di lo-fi troveranno probabilmente più interessante del primo: potenzialmente in grado di strappare a Democrazy di Damon Albarn lo scettro di “best album a bassa fedeltà” (così il cantante dei Blur ha definito il suo primo disco da solista), figura registrato nel gennaio del 1969 (ah, ah, ah, che buontemponi ‘sti Beatles… bella trovata, comunque, sempre nel segno del vintage). In questo bonus disc i quattro parlano e riparlano e straparlano, e ogni tanto sghignazzano e suonicchiano qualcosa: ci sono outtakes del cd 1 (due versioni – 35 secondi e 1.01 – di Don’t Let Me Down, altrettante – 15 e 32 – di Get Back, 9 secondi di One After 909 e 22 di Two Of Us), la canzoncina in stile vaudeville Taking A Trip To Carolina e lo scherzo nashvilliano Because I Know You Love Me So, il Paul’s Piano Piece che sembra quasi fare il verso al Sakamoto di BTTB e – spiace dirlo – un vero e proprio plagio, Child Of Nature, praticamente identica, a eccezione del testo, alla Jealous Guy dei Roxy Music (ma per dirla con Billy Wilder: “nobody’s perfect”). E ci sono anche ventidue secondi di Maggie Mae: arrangiato da Lennon, McCartney, Harrison e Starkey (dovrebbero essere loro, The Beatles), è un brano tradizionale sulle “night ladies” di Lime Street a Liverpool, la qual cosa fa pensare che la band provenga proprio dalla città di Gerry and The Pacemakers, Frankie Goes To Hollywood, Echo And The Bunnymen; del resto, sul libretto la formazione del gruppo non compare, e i credits si limitano a parlare di un tastierista ospite, il 57enne texano Billy Preston (ebbene sì, in questo caso sono andato a curiosare su Internet).

Venendo al Let It Be… Naked vero e proprio, una cosa colpisce ancor prima di ascoltarlo: per mixarlo e produrlo ci si sono messi in tre, Paul Hicks, Guy Massey e Allan Rouse (il mastering è di Steve Rooke: oddio, mica sarà lo stesso che ha lavorato coi GY!BE…). Non solo: le note di copertina – quelle almeno non potevo esimermi dal leggerle – parlano di non meglio precisate session originali, registrate da Glyn Johns e prodotte dagli stessi Beatles e da George Martin (mi sono sforzato di trovare qualche notizia su questo signore, ma ho subito abortito la ricerca sul Web: oltre 73.000 risultati, i primi due erano uno scrittore e un baronetto…); chissà, può darsi che in quella veste fossero buone al massimo per un demo.

Un ottimo lavoro, bisogna riconoscere, quello della task force: il disco suona come se fosse stato realizzato negli anni Sessanta, però al tempo stesso le casse (o le cuffie) rimandano corpo, volume e brillantezza che soltanto il digitale. Ma che musica fanno, The Beatles? Rock and roll (One after 909 e I Me Mine, che al R&R arriva sospinta da un valzerino), country (Two Of Us), rock (Get Back, Dig A Pony, I’Ve Got A Feeling), rock-blues (Four You Blue, Don’t Let Me Down) e dolci, quando non sdolcinate ballate pop (The Long And Winding Road, con un passaggio d’organo che ricorda le sboronate di Matthew Fisher dei Procol Harum, Across The Universe, Let It Be).

Canzoni semplici, elementari – del resto i membri della band cantano decorosamente, ma non sono eccelsi strumentisti, dal punto di vista tecnico le cose migliori escono dalle mani di Preston -, spesso e volentieri però baciate in fronte da una qualità melodica e armonica che, quando non stupisce, commuove. La facilità di scrittura della coppia Lennon-McCartney, che firma nove brani su undici (i due restanti sono di Harrison, il quale con tutta probabilità se li canta anche, con una voce esile e malinconica), farebbe venir voglia di azzardare che il duo è destinato a un futuro stellare, ma se poi questi qui – non sarebbe la prima volta – finiscono col perdersi per strada? E viene spontaneo chiedersi in che modo i due siano usi ripartirsi il lavoro, dal momento che pezzi quali The Long And Winding Road e Dig A Pony sono diversi come il giorno dalla notte, mentre in qualche caso – prendete I’ve Got A Feeling, per esempio – due anime quasi in contrasto tra loro sembrano convivere nello stesso corpo.

E i testi? Si va dalla psichedelia cosmico-pacifista di Across The Universe (“Suoni di risa ombre di terra risuonano/attraverso le mie aperte vedute mi incitano e mi invitano/amore senza fine e senza limiti/che splende intorno a me come un milione di soli/mi chiama e mi chiama per tutto l’universo”) al melodramma stile Douglas Sirk di “Winding Road” (“La notte di vento e tempesta che la pioggia ha lavato via/ha lasciato una pozza di lacrime piangendo per il giorno/Perché lasciarmi qui, insegnami la strada/molte volte sono stato solo e molte volte ho pianto”), dal nonsense di Dig A Pony (“Faccio il pirata della strada/beh, puoi penetrare in qualunque posto vai” oppure “Raccolgo un cane luna/beh, puoi emanare tutto quello che sei”) al bozzetto sul Sogno Americano di Get Back (“Jojo era un uomo che pensava di essere un solitario/ma sapeva che non poteva durare/Jojo lasciò la sua casa in Tucson,Arizona/per qualche pascolo della California”). In definitiva un buon album (certo gli innovatori, anche in questo campo, sono altri), un disco di caro, vecchio rock onesto e senza orpelli, pur se ci sarà sempre il patito della ridondanza a sentenziare che lì, proprio lì, ci vorrebbero, che so, 18 violini, 4 viole, altrettanti violoncelli, qualche tromba e magari un’arpa. Ma sarebbe proprio un’altra storia.

P.s. Sperando che leggere questa recensione diverta almeno quanto è stato divertente scriverla, vorrei dedicare questo post scriptum al buontempone che, in attesa dell’uscita di Let It Be… Naked, ha impestato i programmi peer to peer con una versione apocrifa dell’album: identica tracklist, ma brani un po’ troppo “naked”. Un’operazione per molti versi perfettamente in linea con il recupero della versione despectorizzata.

E a questo punto, come sottrarmi al rito del voto? Dunque, vediamo: 8 al propagatore del falso “Naked”; 6– al falso “Naked”; 6,5 al “Let It Be” targato Phil Spector; (7.0/10) al disco nudo e crudo (si fa per dire) voluto da Paul McCartney.

1 Gennaio 2003
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