• Gen
    01
    1967

Classic

EMI

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Come certo saprete, tutto avviene immancabilmente a caso. E il caso non è per nulla idiota. Anzi, s’ingegna di lasciar trasparire una sua intelligenza viziosa, spesso crudele. Di più: sovente cova una insopprimibile propensione narrativa, tanto che le sue trame sanno imporsi sul resto procurandoci docce di brividi, paure arcane, stupori sublimi.

Per farla breve, il caso quella sera mi guidò gli occhi e le dita sul Magical Mistery Tour, che si rivelò antidoto perfetto, elisir di guarigione, quel che ci voleva per non sfracellarmi in un buco di nera malinconia. Del resto, rigirando la frittata, quella depressione in boccio seppe dimostrarsi propellente ideale per il decollo nel cinerama acidulo e struggente imbastito dai Fab Four, disco che prima di allora mi era piaciuto – ora lo so – per forza d’inerzia, per una sorta di atto dovuto, genuflessione d’ordinanza al cospetto di siffatto frammento di Storia.

E pensare che neanche è un disco vero e proprio. Vabbè, che ve lo dico a fare, la storia è stranota: ancora inebriati dalla grazia visionaria che li portò a quel totem & tabù che è il Sgt. Pepper, ai nostri cari baronetti (soprattutto a Paul) venne in mente di tuffarsi da un trampolino ancora più alto e flessuoso, piantare l’ennesimo paletto, indicare altre vie, scattare in avanti su rotte perlopiù misteriose.

Quand’ecco, tra capo e collo, la tragica morte del manager Brian Epstein: uno shock, una perdita umana e professionale incalcolabile. Ma anche l’ennesima sfida. Il conato di strampalata onnipotenza (soprattutto in Paul) oltrepassò gli argini, al punto che i quattro si improvvisarono cineasti a tutto tondo, sbuzzarono un pugno di idee e ne fecero un canovaccio, scelsero agresti location (il Devon e la Cornovaglia, solo per il gusto di tornarci dopo una vacanza nel ’59!), noleggiarono qualche cinepresa e un pullman, ingaggiarono tre macchinisti e qualche attore, quindi si dichiararono pronti al salto nel buio delle sale, a cavallo di un mistico fascio di proiettore.

Allo sbaraglio, su un flebile fascio di luce e colori. E di musica. Come biasimarli? Avevano appena doppiato il passo più erto, abbattuto il recinto dell’immaginario generazionale, non c’era velleità che potesse esser loro preclusa, fosse anche un film estemporaneo e sciagurato come Magical Mistery Tour. Liquidato dai più come il puntuale passo falso di una carriera ineguagliabile, questo fantasmagorico lungometraggio (59 min) adombra se non altro l’ennesima presa di distanza, l’ennesimo “stacco”: offrendosi in guisa di simulacro fantastico, i quattro scarafaggi celebravano il guscio di una ormai definitiva alterità, come a dire non c’è più palco che possa o debba contenerci, né il conforto di comodi format espressivi, siamo sempre più in là, annusatori d’incantesimi, rabdomanti di studio, architetti di futuro.

Comunque, la pellicola fu accolta da una fragorosa, calda, pressoché unanime stroncatura, forse oltre i suoi stessi demeriti. Quanto a me, se un tempo la consideravo cacca di pseudo-artista, oggi – l’occhio meno avaro e amaro – mi sembra l’istantanea impazzita di un sogno. Anzi, di un sogno irripetibile. Dopo un’indigestione. Prima della burrasca. Ma veniamo a noi. Dalla colonna sonora fu estratto in origine un maxi ep, sei tracce di varia estrazione formale: talora interlocutorie, come il soul-RnB tra il sordido ed il beffardo della strumentale Flying o l’iniziale profluvio di luccicanze umorali à la Kinks della title track (che intende paventarsi quale straniante specchio liquido, per attrarci nel delirio e rassicurarci sulla sua natura di mistero chiuso), talaltra consueti esercizi di magistero melodico ad opera dell’insigne Macca (l’asprigno vaudeville griffato dixie di Your Mother Should Know e l’ineffabile affresco malinconico-esistenziale di The Fool On The Hill: in entrambe l’orchestrazione stempera popolare e psichedelico senza alcun dissapore, con armoniosità vivida e solenne).

I colpi d’ala sono l’ipnotica Blue Jay Way (il buon Harrison assimila l’oriente e ghigna vortici centripeti distanti appena un palmo di watt dai 13th Floor Elevators) e soprattutto un parto lennoniano che ha dell’incredibile, quella I Am The Walrus di cui ancora oggi è difficile dire, pochi accordi e visioni a go go, ordigno autocitazionista dalle vibrazioni occulte e universali, oggetto scabro e accattivante, monodico incedere opalino, ragli in liquido amniotico d’inesplicabili didascalie e dadaismi antropomorfi.

Un alieno. Un asteroide che ancora sprofonda, fino al fondo di ogni cuore allucinato. Già così, insomma, una cornucopia di piccole grandi meraviglie, baciate dalla grazia scervellata di una band all’apice.

Ma qualcuno pensò di aggiungerci il resto, e chi altri poteva permettersi un “resto” così? Ovvero le cinque schegge disseminate tra i singoli di quell’aureo 1967, da Hello Goodbye (una di quelle feste a cui tutti sono invitati) a Baby You’re A Rich Man (esile RnB colluso d’incenso che non sai bene perché ma funziona), quest’ultimo in origine retro del classicone All You Need Is Love, alla cui speranzosa dabbenaggine poetica ripenseremo non senza tristezza in occasione delle parole che chiudono Abbey Road (e chiosano l’intera vicenda Beatles). Infine, un’autentica celebrità, il 45 giri con più lati “A” della storia, quello Strawberry Fields Forever/Penny Lane in cui Lennon-McCartney si/ci riconducono lungo dendriti e sinapsi di passato, per sentieri diversi e complementari, palpitanti e allegorici, in equilibrio obliquo su canoni antichi e nuovissimi.

Può bastare? Che dirvi, sarà la naturale tendenza delle cose a trovare il proprio posto nel Grande Caos: di questo disco sapevo l’importanza (bella forza) e la raffazzonata meraviglia, ma non la capacità di corrodere l’aplomb quotidiano, svellere il piedistallo delle certezze, palpeggiare il midollo della percezione. Così, ormai uomo fatto e un po’ disfatto, eccomi novello Alice beneficiato dall’ennesima chiave d’oro dell’ennesimo Paese delle Meraviglie, che è poi lo stesso di sempre. Sia benedetto, e mai lodato abbastanza, il Rock.

1 Aprile 2005
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