Recensioni

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La mamma lo diceva sempre: l’importante è fare il ruttino. Se però la mia questione gastrointestinale si limitava a caffè, latte e ringo, i Black Angels di Austin, Texas,digeriscono egregiamente tutto lo psych rock più sanguigno, il piglio raga dei Velvet Underground (Prodigal Sun ed Empire, la loro All Tomorrow’s Parties) – già presenti nella ragione sociale -, reminder doorsiani (Better Off Alone), la carpenteria degli Stooges, ma soprattutto le chitarre dei Black Sabbath di Master Of Reality (Young Men Dead, Black Grease).

In Passover cotanta fagocitazione è una sfida all’ascoltatore: vi costringeranno a cercare nei vostri archivi quel suono che sentite (e che vi piace) da quarant’anni (filologicamente od ontologicamente), fino a farvi baluginare un passato più recente, che ha già visto lampi di coagulazione personalizzata di quelle influenze storiche.

Tra il sangue meglio rappreso, troverete Sound Of Confusion degli Spacemen 3 – una chiave di volta nel gioco delle affinità e delle divergenze, che grazie anche ad un cortocircuito di prestigio (la cover di Roller Coaster, dei padri della psichedelia, i 13th Floor Elevators) chiude il cerchio proprio sull’arida terra arata di Austin. E in una simile macina impavida della tradizione, accorciando i tempi sbrodolati da Sonic Boom, sgorgherà in voi la linfa dei God Machine.

Prima del completo delirio delle interiora e del recensore, il canto dei Black Angels – memore di Brian Jonestown Massacre – vi farà percepire un retrogusto inglese dei primi anni ’80, costruendo sui “torbidi ‘60” un disincanto new wave, un pathos dark, scampando l’asintoto della pomposità stanca di fine decennio; troverete così comunanze timbriche con le tante voci comprese tra Echo & The Bunnymen (Call To Arms e la seguente ghost-song) e Sisters Of Mercy.

Allora penserete ad una zona di indiscernibilità transoceanica tra Inghilterra e Stati Uniti, e vi collocherete il raga-wave marziale di Passover, con quella intonazione (The Sniper at the Gates Of Heaven e Manipulation) a metà tra la declamazione di Jim Morrison e la strozzatura melodica di Ian Curtis. E, probabilmente, converrete sul fatto che più che di un ruttino trattasi di un botto.

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