Recensioni

7.2

Bob Rifo torna con una raccolta dei suoi remix più importanti che in questi ultimi anni hanno alimentato l’hype attorno al suo progetto Bloody Beetroots (in combo sul palco con Tommy Tea e Giovanni Negro). L’eterogeneità di queste rivisitazioni ci fa capire come la dedizione di Sir Cornelius sia sintonizzata su più fronti, fregandosene delle mode e andando dritto al sodo.

Musica per maniaci, dicevamo qualche tempo fa. Oggi la mania è diventata sound del tempo, tecnicismi ed effetti che sottolineano un mood a cavallo tra hip-hop, trash, techno, fidget e nu-rave. Situarsi fra tutti questi nomignoli definitori, in tutta questa parcellizzazione di elementi sonori/poetici rende chiaro lo scopo di Bob: non riconoscersi in alcuna identità per non fossilizzarsi e quindi essere assoggettato a voleri di produttori, manager o fan cocciutamente rivolti a nicchie senza sbocchi. Lo scarto dei Bloody è trasversale alla cultura da ballo e sa che la pausa è simile allo stop definitivo: Bob è quindi sempre in movimento, senza sosta sui binari personalissimi di una visione che costruisce caparbiamente un domani fatto di internazionalismo.

Suoni sdoganati dalla provincia che – parallelamente all’avventura dei Crookers – sono ormai stati riconosciuti dalla comunità dancefloor internazionale come standard. Le rivisitazioni spaziano dal visibilio cosmic dei Chemical Brothers (Dissolve), al fidget peso di Tiga (Mind Dimension), Goose (Black Gloves) e Shitdisco (72 Virgins), dal pop chic squadrato di Robyn (Cobrastyle) al bbreaking spastic-rave di Sound Of Stereo (Heads Up). Il sussidiario dei primi tre anni di vita di un gruppo che non ha nulla da invidiare alle crew di french touch d’oltralpe. Lunga vita a Bob (,Tommy e Giovanni).

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