Recensioni

7.4

Tra i generi estremi – spesso tacciati a ragione di una sorta di conservatorismo duro a morire, specie tra i die hard fan – il “black-metal” (virgolettato non a caso, dato che si parla più di “immaginario” che di vero e proprio suono) sembra essere quello che meglio ha assorbito il passare del tempo e con esso contaminazioni e modificazioni genetiche. Locrian, Deafheaven, Wolves In The Throne Room, Liturgy, tanto per spaziare a destra e a manca in quella terra di mezzo tra iper-underground e (semi)mainstream, hanno dimostrato come le istanze black possano essere sviluppate in nuove ed eccitanti forme, senza perdere in nuce le dinamiche di partenza. Non sfuggono a questa “riscrittura” i The Body, al secolo Chip King e Lee Buford, originari di Providence (per i meno attenti, luogo deputato del rumore degli anni ’00) e attualmente ricollocati a Portland. Autori di un black metal che flirta col doom e la psichedelia più inacidita, i due hanno dalla loro una grossa energia come d’ordinanza, ma anche una certa spigliatezza nel creare lande sonore inusuali, tanto che a firmare le due ultime uscite sono label di una certa apertura mentale come Thrill Jockey e Rvng International. In Christs, Redeemers – quasi 45 minuti di coltre scura come la notte in cui l’unico barlume di speranza assume i toni disperati della malinconia estrema – a risaltare è la fusione tra certi slanci “atipici” (campionature di musiche classiche, atmosfere filmiche, attenzione all’avanguardia, ecc.) e scatafascio black/doom/sludge imputridito da parti vocali in falsetto fastidiosissime (come un piccolo Alan Dubin, per capirsi) e da disagio strumentale da tabula rasa, tra ralenti e grumi di pauroso rumore. Della serie, altro che redenzione.

In I Shall Die Here, invece, complice la collaborazione con Bobby Krlic aka Haxan Cloak (che ha generato anche un film ispirato all’album, regista Jason Evans, titolo At The Mercy Of It All), le ambientazioni si fanno se possibili più scure e maleodoranti, virando dal doom verso una melma dronica di ambient sfatta e malata. Emerge così il lato forse meno viscerale ma non per questo meno alienato e alienante del suono dei due, tra disturbi elettronici ed elettrostatici, scorie industrial, sporcizia varia da elettronica povera. Una aura di morte pervade l’intero lavoro, in cui il ruolo di Krlic è quello di catalizzatore del suono eruttante dei The Body in un percorso che è esattamente descritto dalla press: una sorta di “minimalist evocation of the afterlife”. Pollice su, seppur six feet under.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette