Recensioni
The Body
I Have Fought Against It, But I Can’t Any Longer
-
Stefano Pifferi
- 21 Maggio 2018

«Absolutely no one makes music like The Body», riporta in bella vista la press, a ricordarci quanto sia vera la non collocabilità di questo duo più che prolifico. Lee Buford e Chip King hanno dispensato la propria arte heavy in forme e modalità molto ampie nell’ultimo lustro, scegliendo la collaborazione così come l’eterogeneità stilistica come trademark, ma riuscendo a mantenere però costante il senso di disagio, la “pesantezza” e la brutalità della propria proposta.
In questo nuovo lavoro per Thrill Jockey, intitolato come un estratto dalla ultima lettera di Virginia Woolf prima del suicidio e incentrato sulle tematiche della perdita, della disperazione e della solitudine, i due lavorano sul proprio materiale ri-campionandosi, ma si avvalgono di un collettivo piuttosto ampio e altrettanto eterogeneo di collaboratori. Ryan Seaton al sax, Seth Manchester e Keith Souza alla batteria (ed entrambi in cabina di regia), il violino di Laura Gulley uniti al piano di Kristin Hayter e Chrissy Wolpert, rendono già idea dell’ampiezza sonora del disco, ma sono soprattutto le voci a creare ulteriore discordanza, specie quando si “scontrano” quelle eteree delle due ospiti femminili, Chrissy Wolpert degli Assembly Of Light Choir e Kristin Hayter (Lingua Ignota), con quelle, diciamo meno aggraziate, degli ospiti maschili Ben Eberle (Sandworm) e soprattutto Michael Berdan dei devastanti Uniform. Si ascolti Nothing Stirs o Sicky Heart Of Sand per avere un esempio dello straniamento messo in atto dai The Body: si è di fronte quasi a un Frankenstein sonoro che frulla black-metal, noise, classica, elettronica harsh, riuscendo a mantenere una evidente coerenza di fondo e spedendo l’ascoltatore a fare i conti con gli incubi più ossessivi e oscuri dei due titolari della sigla.
Prova ulteriore è anche l’ambientazione “letteraria” del disco, compressa tra la atroce citazione woolfiana che dà il titolo al tutto e quella altrettanto devastante («I’ve never been free my whole life. Inside I’ve always chased myself. I’ve become intolerable to myself. I live in a lacerating duality. I’m seemingly free, but I’m a prisoner inside of me») da Clarice Lispector che lo chiude, a dimostrazione che l’universo dei The Body è soltanto dolore, disagio, solitudine, perdita, disperazione.
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