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Siamo alla fine degli anni ’80, Kim Deal cerca nuovi sbocchi creativi e soprattutto un gruppo più “suo” di cui essere, oltre che cantante e chitarrista, anche la principale compositrice. La leadership delle Breeders rimane infatti – e rimarrà – saldamente nelle mani della bassista e seconda voce dei Pixies, nonostante la band viva di fatto una nuova vita a ogni cambio di formazione.

Breeders era innanzitutto il nome del complesso in cui da adolescente la Deal suonava insieme alla sorella Kelley; ma il quartetto titolare di Pod (1990) non comprende la gemella di Kim, bensì Tanya Donnelly, ex Throwing Muses, oltre a Shannon Doughton (alias Britt Walford degli Slint) e alla bassista Josephine Wiggs (con la partecipazione della violinista Carrie Bradley). Supergruppo? Del folk-punk delle prime Throwing Muses non ci sono che suggestioni, per non parlare del post-rock degli Slint; l’album prodotto da Steve Albini è – almeno per quanto riguarda la scrittura – una rivisitazione del sound dei Pixies dal versante Deal. Più asciutta, senza i guizzi nevrastenici di Francis o i fill di Santiago, ma non per questo meno fantasiosa, tanto che in molti considerano il disco superiore alle ultime prove dei folletti. Quando i Pixies si sciolgono, Kim può dedicarsi a tempo pieno alla sua creatura, di cui nel frattempo è uscito l’EP Safari (1992), piuttosto interlocutorio (e sempre molto pixiesiano).

La formazione di Last Splash è cambiata per due quarti: Kelley Deal ha sostituito Tanya Donnelly (che intanto è andata a formare i Belly) e Jim Macpherson prende il posto di Walford dietro i tamburi. Le Breeders sono finalmente – sulla carta – un gruppo stabile. Il secondo LP si mantiene sul livello (alto) di Pod ma ha qualche freccia in più al suo arco: almeno un paio di potenziali singoli. Non è un caso se Cannonball arriva al n. 2 della modern rock chart di Billboard. Il brano in sé è un esempio lampante della semplicità/complessità delle canzoni alla Pixies, costruite su riff ad incastro e scarti di dinamica che stanno alla scrittura pop un po’ come il cubismo geometrico di Braque e Picasso alla pittura moderna: presentare elementi simultanei scomposti per arrivare a una nuova sintesi. Le chitarre sono diventate pure più sporche e pesanti perché nel frattempo gli stop & go e le dissonanze tipici dei Pixies di Doolittle sono diventati (anche) quelli dei Nirvana di Nevermind. Le altre canzoni hanno meno del collage; sfilano ballate dal cuore melodico in un guscio di chitarre rumorose (Invisible Man, Do You Love Me Now?) che non si fanno mancare neppure tentazioni surf (Flipside) e hawaiane (No Aloha), sempre flirtando con l’esotismo che Deal conosceva bene per averlo praticato con la sua precedente band.

Non chiamatelo college rock, non chiamatelo punk, non chiamatelo noise ma Last Splash è una riuscita combinazione di questi tre aspetti: il power pop del dopo hardcore (gravitiamo pur sempre dalle parti di Boston) è il format che forse si avvicina di più alle intenzioni delle Breeders, e diventa sublime in un pezzo come Divine Hammer. Un disco che fotografava perfettamente uno stato delle cose dell’alternative rock del 1993. Un periodo, nel bene e nel male,  irripetibile, dove album come The Last Splash erano nella norma. Tra le curiosità c’è anche S.O.S., lo strumentale da cui i Prodigy hanno campionato il riff di Firestarter.

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