Recensioni

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Nel corso degli ultimi cinque anni, ed in un brevissimo lasso di tempo l’uno dall’altro, l’etichetta statunitense Daptone ha dovuto fare i conti con due gravissimi lutti. La scomparsa di Sharon Jones prima (nel novembre 2016) e Charles Bradley poco dopo (nel settembre del 2017) hanno rappresentato due dure perdite, da un punto di vista umano chiaramente, ma anche per il grande vuoto artistico che questi eccezionali interpreti hanno lasciato all’interno del roster della label di Brooklyn che, seppur abbia accusato inizialmente il colpo, non ha perso la motivazione e la grinta necessarie per proseguire la propria attività agli alti livelli a cui ci ha abituati. Ecco allora che si sono susseguiti, oltre alle consuete ambitissime pubblicazioni in formato singolo 7″, album di valore per Lee Fields, James Hunter Six ed Antibalas, di cui la Budos Band sono una sorta di spin-off.

Guidata dal chitarrista Thomas Brenneck – noto anche per la sua militanza con la Menahan Street Band, i Dap-Kings della già citata Sharon Jones nonché per il suo sodalizio con il produttore Mark Ronson, a seguito della sua collaborazione con la compianta Amy Winehouse – The Budos Band ritorna ora – a poco più di un anno di distanza dal precedente V – con questo Long in the Tooth, titolo traducibile come “in là con gli anni” e motivato dal fatto che la band celebra con questo sesto album anche il rispettabile traguardo dei quindici anni di attività. Anni che l’hanno vista consolidare uno stile personalissimo e che – tanto quanto la proverbiale Settimana Enigmistica – vanta davvero innumerevoli tentativi di imitazione.

L’impianto strumentale, completamente privo di parti vocali e mutuato evidentemente dal funk e dall’afrobeat, è arricchito da influssi che vanno dalla musica modale di area etiope all’hard rock psichedelico dei 70s, passando per l’universo delle colonne sonore da film (spaghetti western, pellicole d’azione di serie Z e quant’altro). Una tavolozza sonora e stilistica sicuramente ampia ed originale ma ben delimitata, e questo costituisce sia il maggior pregio che il più grande difetto della band. La dove la precedente prova discografica digrignava i denti e mostrava i muscoli manifestando sorprendentemente una particolare attitudine acidamente rock e “sabbathiana” – al tempo particolarmente apprezzata da chi scrive – con le chitarre in bella ed energetica evidenza, questo nuovo LP in un certo senso guarda indietro, all’esotismo delle prime prove discografiche, più adagiate su lunghe, intricate ed ipnotiche e nordafricaneggianti trame melodiche, con l’organo elettrico di Mike Deller a fare soprattutto bella mostra di sé. Il che non significa che questi nuovi strumentali siano meno validi o avvincenti del solito, ma solo che ora più che mai si insinua l’impazienza nell’attesa di un guizzo, si avverte la mancanza di qualcosa che arricchisca la formula, di un elemento sorprendente, se non di una completa inversione ad U.

Alcune delle formazioni che hanno preso le mosse proprio dal template disegnato per prima dalla The Budos Band hanno saputo trovare quel qualcosa in più che ha rinfrescato la loro proposta, pur nel rispetto di certi canoni. L’incontro con l’hip hop ad esempio, con l’introduzione del rap sulle basi strumentali, è la più logica delle convergenze, e per certi versi delle conseguenze. Facile infatti immaginare come brani quali Sixth Hammer, Dusterado, Silver Stallion o Budonian Knight – con le loro atmosfere tra il sinistro, il minaccioso e l’epico – risulterebbero ancora più efficaci se giustapposti alle rime incrociate di, tanto per fare un esempio, un Wu-Tang Clan (e ripensando ad esperimenti come Sour Soul, l’accoppiata pubblicata nel 2015 tra Ghostface Killah e BadBadNotGood, o la collaborazione tra il citato rapper ed il produttore e strumentista Adrian Younge, l’idea non sembra per niente campata in aria).

Il fatto stesso che la musica dei Budos in passato sia stata già campionata da produttori di area hip hop, dimostra che il potenziale per questo tipo di sinergie è tutto da sfruttare. Questo proprio volendo – e un po’ dovendo, siamo pur sempre sulle pagine virtuali di SA – muovere una critica ad un album che comunque viaggia alla grande, sprizzando brillante musicalità da tutti i solchi. I fan non saranno sicuramente delusi.

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