Recensioni

6.8

Quello che è stato spesso rimproverato a Jay Z recentemente è di essere diventato negli ultimi tempi soprattutto il marito di Beyoncé, da un punto di vista qualitativo. Certo, con 4:44 ha piazzato un bel colpo di coda, anche se tutta questa retorica da ex fornicatore pentito ormai ha un po’ stancato. Solange gli tira le frecciatine, Bey ne parla nel suo disco, lui ci spende buona parte del suo, e anche in questo nuovo lavoro in tandem la cosa rifà capolino in un paio di occasioni. Anche basta. Questa premessa solo per dire che anche se credo che nessuno possa mettere in dubbio lo status di Jay Z, non importa quante genuflessioni alla sua regina faccia, questo lavoro non aiuta a smarcarlo. Perché anche qui lei appare innegabilmente più in forma di lui, perfino a livello di rapping. Di fatto è un disco di Beyoncé feat Jay Z, e la sigla consortile serve più che altro a cementare ulteriormente l’aura della coppia nello Star System americano. 

Non di sola legacy si vive, certo. E infatti nel disco c’è praticamente tutto, al posto giusto e nel modo giusto. Chiaro che fosse difficile fare altrimenti, con le possibilità a disposizione dei due. Quindi ecco le produzioni perfettissime (compresi un paio di assi calati da Pharrell), elegantemente soul, patinate sì ma plasticose no, e i featuring calcolati per sbattere sul muso di tutti i mezzi dei coniugi. Vedi i Migos chiamati giusto per biascicare qualche ad-lib – seppur gustoso – in APESHIT. Tutto è molto riuscito, molto autocelebrativo, a tratti anche molto tamarro e cafone (il video al Louvre). È il manifesto definitivo della coppia nera più potente d’America, con il mainstream saldamente in mano e il proprio apice creativo (verosimilmente) alle spalle. Bello, ma non così esaltante.

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