Recensioni

7.2

Sono passati ventisette anni da Some Friendly, tredici album e tanti avvenimenti e stop and go (non ultimo la morte del batterista Jon Brookes) che comunque non hanno mai frenato la voglia di rituffarsi nella mischia di Tim Burgess e soci. Per Different Days la formazione del West Midlands ha chiamato a raccolta una sfilza di nomi grossi (Paul Weller, Johnny Marr, Anton Newcombe, Kurt Wagner, Pete Salisbury, Stephen Morris, gli scrittori Ian Rankin e Sharon Hogan) per provare a dare una lucidata a quei rinomati suoni baggy in un disco che sembra porsi l’obiettivo di suonare innanzitutto quanto più contemporaneo e meno “minestra riscaldata” possibile.

Le pretese più impegnate e politicizzate del disco in realtà si esauriscono abbastanza rapidamente e quello che al solito convince di più sin dall’inizio sono quelle sonorità made in Madchester che si confermano sin da subito con rinnovata forza e vitalità (Over Again, Plastic Machinery, There Will Be Chances). Decisamente più leggero, allegro e aperto al mondo rispetto al precedente mesto e malinconico Modern Nature, l’album non fa nulla per non suonare come una grande celebrazione in pompa magna di quello che il gruppo è stato e che con ammirevole costanza, dedizione e tenacia continua ad essere, senza mollare di un centimetro. Ma sarebbe riduttivo e ingiusto fermarsi a questo nel giudizio, perché tanto nei momenti più arditi (The Same House, Hey Sunrise, The Forgotten One) quanto in quelli più positivi e dall’ampio respiro (Solutions) i Nostri confezionano belle canzoni senza far mistero delle proprie radici brit-pop, del background post-punk e di tutte quelle sonorità alternative che hanno accompagnato il lungo percorso dei The Charlatans.

Un disco che, non tanto per quello che la band è stata (e che ancor più sarebbe potuta essere in anni affollatissimi di bella musica), ma per quello che con grande cura e qualità ancora riesce a proporre, un ascolto se lo merita tutto, ma vedrete che vi convincerete a concedergliene anche qualcuno in più.

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