• mar
    04
    2016

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Ignition Records

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L’aspetto negativo dei ritorni è che una volta superata la smania dell’attesa, a subentrare è inevitabilmente la tensione del ritrovarsi di fronte a un qualcuno/qualcosa di cui conservavamo un ricordo diverso. Con il giusto tatto, quindi, si cominciano a passare in rassegna tutti i particolari conservati nella nostra memoria per verificare che questi siano rimasti intatti. E quando ci rendiamo conto che a colpirci cominciano ad essere le imperfezioni, anche le più piccole, capiamo che avere la meglio sul tempo è una sfida persa in partenza.

Questo discorso potrebbe cadere a pennello per descrivere il ritorno dei liverpooliani The Coral i quali, a distanza di sei anni (se non si tiene conto di The Curse Of Love, raccolta data alle stampe nel 2014, ma che conteneva brani registrati tra il 2005 e il 2007, ovvero nel periodo – glorioso – tra The Invisible Invasion e Root&Echoes) dall’ultimo Butterfly House, danno alla luce l’ottavo album in studio, Distance Inbetween. Il condizionale è però d’obbligo perché, dopo svariati ascolti, di imperfezioni in realtà se ne contano pochissime, anzi.

Quella che era data come una band ormai destinata al tramonto (in molti avevano letto nell’uscita di Bill Ryder-Jones – periodo pre Butterfly House – e nelle avventure solistiche del leader della formazione, James Skelly, e di suo fratello Ian i sintomi del disfacimento), contro ogni pronostico dimostra di avere ancora qualcosa da dire. E lo fa con gli arnesi che meglio sa maneggiare: psichedelia e quel suono squisitamente sixties riadattato ai tempi che corrono. In Distance Inbetween – che vede l’esordio di Paul Molloy (The Zutons) nel ruolo di chitarrista – l’atmosfera si fa più tersa (a tratti spettrale, vedi She Runs The River) e le morbide ballate e le meraviglie pop in stile Dreaming Of You e In The Morning si vedono costrette a fare spazio a uno psych-rock massiccio e grezzo (Connector, Chasing the Tail of a Dream, Fear Machine). Capitoli più delicati non mancano (il caloroso intreccio di voci à-la CSN&Y di Beyond the Sun e She Runs The River, o le ballad malinconiche della traccia che dà il nome all’album e di It’s You), ma sono ben consapevoli di dover “soccombere” a momenti dominati da un sound sempre riconoscibilissimo, ma che sembra voler rivisitarsi in ottica più solida e accattivante (l’incedere quasi-glam di Million Eyes, l’acido blues-rock di Holy Revelation e la cavalcata psych-folk di Miss Fortune ne sono la prova).

Quello che resta difficile da capire è se si sia trattato di un orgoglioso scatto di reni o se questo inatteso capitolo della band di Liverpool sia da considerarsi come una sorta di rinascita. Nel frattempo, però, possiamo prenderci la libertà di dire che in cuor nostro non potevamo augurarci ritorno migliore.

15 marzo 2016
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