Recensioni

5.1

Nell'imprevedibile mondo del music business inglese – tanto pronto a captare le novità quanto ad esaltare il trash – una decina di anni fa ci fu un momento in cui non si faceva altro che parlare dei The Darkness.

Spuntati dal nulla come un virus, Justin Hawkins e compagni si ritrovarono a scalare le charts europee – ma anche gli americani ne subirono il "fascino" – con Permission to Land, trainato da singoli di impatto come I Believe in a Thing Called Love, la bella ballatona Love Is Only a Feeling e la natalizia Christmas Time (Don't Let the Bells End). Classica parabola con un secondo disco – One Way Ticket to Hell… and Back – flop su più fronti e successivo scioglimento, dovuto ufficialmente ai problemi di dipendenza di Justin.

Dopo i progetti paralleli dignitosi quanto trascurabili – gli Hot Leg di Justin e i Stone Gods del resto della ciurma – i Darkness si sono probabilmente resi conto dei livelli di trash-kitsch raggiunti ultimamente dai Muse e hanno deciso di riunirsi e mostrare al mondo intero quale sia la band più pacchiana del pianeta e riprendersi il trono.

Con look di Justin rivisto – e decisamente rivedibile – per l'occasione, i The Darkness pubblicano Hot Cakes, un disco caricaturale nel loro stile, fatto di riffoni e assoli tardo '70s (dagli Aerosmith agli AC/DC) e falsetto a non finire. Lasciando da parte eccessivi slanci pop, i The Darkness continuano a rielaborare le lezioni di Sweet, Slade, Billy Squier, Boston e soprattutto Queen (sia May che Mercury), confezionando pezzi uptempo (Everybody Have a Good Time, She Just a Girl), pseudoballads (Living Each Day Blind), registrando su disco anche la discussa cover di Street Spirit dei Radiohead, già suonata in passato dal vivo.

Nonostante i soliti testi irriverenti, le pose e l'entertainment spudorato, i The Darkness difficilmente riusciranno a ripetere il miracolo una seconda volta: Hot Cakes è nel complesso un disco che può dare soddisfazione agli amanti del genere, ma mancano le cartucce giuste.

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