• Mar
    01
    2003

Album

Autoprodotto

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Il primo passo della discografia dei Decemberists è composto da cinque canzoni registrate nell’inverno del 2001 presso gli studi Type Foundry di Portland con l’aiuto di Jason Powers; alle quali è stato aggiunto, in occasione della ristampa del mini nel 2003 per i tipi della Hush, il brano Apology Song, concepito anch’esso nella principale città dell’Oregon, questa volta però negli Are you listening? Studio con la supervisione di Simon Widdowson. Svelato quindi il mistero dell’incongruenza tra la numerologia del titolo e quella dei brani presenti in scaletta; anche se, visto l’istrionismo di Meloy, ci si sarebbe potuto aspettare spiegazioni ben più fantasiose e singolari come le storie che ama raccontare nelle sue canzoni.

Cinque brani più uno, dunque, per poco meno di venticinque minuti di musica, ma che bastano ampiamente per dare un’idea della poetica e dell’estetica musicale del quintetto. Prevalenza di arrangiamenti acustici (dove le chitarre, il piano Rhodes e la fisarmonica giocano un ruolo di primo piano), di una ritmica volutamente cadenzata sul mid-tempo, e di sonorità, geograficamente parlando, di confine; quel confine che divide gli Stati Uniti con il Messico (ed ecco quindi il riferimento ai Calexico e anche all’Howe Gelb solista e al suo discepolo Matt Ward, soprattutto per la batteria spazzolata e per la pedal steel. A tal proposito si ascoltino Shiny e I don’t mind, quest’ultima impreziosita dal flauto di Jen Bernard). Ma non è l’unico confine chiamato in causa dai Decemberists; infatti in My mother was a Chinese trapeze artist (primo titolo di una lunga serie dove inizia a manifestarsi tutta la folle creatività di Meloy) si può sentire una classica chitarra made in Nashville perfettamente integrata in una melodia dal sapore balcanico. Ocean side, Angel, won’t you call me? sono invece due perfette pop songs che richiamano alla memoria tanto i Belle And Sebastian quanto gli australiani Lucksmiths: melodia a presa rapida, grande solarità d’insieme, e dei ritornelli ai quali è impossibile resistere, con tanto di fischiettio incluso da parte dell’ascoltatore di turno. Chiude il lotto la bonus track (se così vogliamo chiamarla) Apology song, voce e batteria in primo piano, hammond e una chitarra elettrica come sfondo, per un pezzo che in realtà rappresenta delle scuse all’ amico Steven per aver smarrito la sua amata bicicletta Madeleine.

Vista l’assoluta bontà del brano siamo convinti che il buon Steven se ne sarà sicuramente fatto una ragione. La stessa ragione che, analizzando nel complesso l’ep, il quale appare spontaneo, diretto ed un po’ ingenuo (come ogni esordio che si rispetti), ma anche meno ambizioso e pretenzioso rispetto ai futuri lavori, ci fa propendere nel promuove in pieno 5 Songs.

1 Marzo 2003
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