• Set
    01
    2003

Album

Kill Rock Stars

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Un formato canzone ad ampio spettro e un cantante spesso disattento nella posa vocale fanno dei Decemberist un gruppo spassoso, a volte ispirato, ma mai sopra le righe. Il leader, nonché autore unico Colin Meloy, sembra dibattuto tra melodie ammiccanti (per le quali dimostra una invidiabile propensione, vedi il chorus adesivo di The Gymnast, High Above The Ground) e forme desuete (il gusto retrò à la Tin Pan Alley, l’epica tragicità dei loser evocati nei testi, quel canto monotono e svagato quasi a ridursi al ruolo di cronachista, il ricorso talora capriccioso a strumenti come glockenspiel, vibrafono e fisarmoniche), finendo spesso col rimanere a metà strada in nessun luogo preciso (si veda l’aura mediocritas di I Was Meant For Rhe Stage – colpevole di ricordare un po’ troppo Fields Of Gold di Sting – il cui cacofonico finale sembra applicato col bostik).

In altre parole, vorrebbero essere dei Neutral Milk Hotel più commestibili senza riuscire ad aggirare l’ossimoro annidato nell’intenzione, e comunque del combo di Jeff Mangum non possiedono la fragilità impetuosa, la struggente sguaiatezza, la fisiologica dissociazione. Peccato, ma d’altronde il difetto era già evidente nell’esordio Castaways And Cutouts, mentre il precedente ep 5 Songs si riscattava, se non altro, per levità e brillantezza. S’apprezza, comunque, la buona varietà delle influenze quali il power folk, il vaudeville psichedelico caro a McCartney (The Soldiering Life e, soprattutto, Billy Liar) e l’alt country (la gramparsoniana As I Rise), nonché i temi che vanno dal desert di Shany For Arethusa e The Chimney Sweep (quasi dei Calexico bucanieri) al pop-folk della già citata The Gymnast e Los Angeles I’m Yours (curiosa l’escursione soul alla Stevie Wonder del middle-eight) fino al country rock intimista di The Bachelor And The Bride e Red Right Ankle. Le cadute di tono (imputabile soprattutto al cantato: scusate l’insistenza, ma è un dato oggettivo) e il sapor di patetico (The Bachelor And The Bride, anche qui la cattiva intonazione à la Liam Gallagher non paga affatto) contribuiscono ad abbassare il giudizio sull’album, ma non sono la cosa peggiore.

Il vero problema è la sensazione costante di una proposta sonora cui sfugge una motivazione forte per quanto ad essa aspiri, che vorrebbe succhiare dal midollo stesso del Malessere Americano riuscendo vieppiù a sventolare un’amarognola malinconia. Non mancano alcuni buoni spunti, anzi complessivamente il lavoro si lascia anche ascoltare (gli episodi migliori sono quelli meno gravi, come Song For Myla Goldberg e Red Right Ankle), ma rischia seriamente di scivolare innocuo, portando nel proprio codice genetico l’errore di sequenza che ne provocherà l’amnesia.

1 Settembre 2003
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