• Mar
    01
    2005

Album

Kill Rock Stars

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Picaresque, il titolo che i Decemberists hanno scelto per il loro terzo album, ha tutta l’aria di essere una dichiarazione d’intenti. Infatti richiama alla mente quel genere letterario nato in Spagna nel XVI secolo, che prende il nome dal termine picaro, ovvero vagabondo, e che poi ha dato vita al romanzo propriamente detto. Sono infatti questi racconti a mettere per la prima volta l’accento sulla componente realistica della narrazione, che fino ad allora si era limitata a descrivere scenari sentimentali e pastorali. L’esempio che noi tutti conosciamo è il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, in cui si raccontano le stravaganti imprese avventurose di un nobile decaduto di provincia, imbrigliato tra la realtà circostante e le sue proiezioni fantastiche. In particolare, ciò che rende questo romanzo un capostipite del genere è la rappresentazione completa dell’umanità, tanto nella sua grandezza quanto nelle sue debolezze.

Ed è un po’ quello che la band di Portland ha cercato di fare, a partire dall’esordio Castways And Cutouts, fino a quest’ultimo lavoro. Guidati dalla penna ispirata e dalla voce nasale di Colin Meloy (una laurea in scrittura creativa, e qui si chiude il cerchio), ritroviamo in questo nuovo capitolo personaggi bizzarri e sfortunati, come il protagonista di The Sporting Life, che cade nel bel mezzo di un’importante evento sportivo, sotto gli occhi puntati di suo padre, della sua ragazza e del pubblico intero. Un brano forte di un ritmo accattivante e orecchiabile, che tanto ricorda i Belle And Sebastian di The Boy With The Arab Strap. Queste melodie squisitamente pop sono la colonna portante di altre vicende, nonché le migliori dell’intero album, quali Sixteen Military Wives (la scelta di utilizzare una nutrita sezione di fiati come chorus si rivela efficace), On the Bus Mall e The Engine Driver, in cui spicca la magnifica voce di Petra Haden (si, proprio la figlia del grande contrabbasista Charlie), il nuovo acquisto del quintetto, insieme a John Moen, dopo la defezione di Rachel Blumberg. Purtroppo le notevoli capacità della Haden con il suo strumento, il violino, vengono nascoste proprio quando in realtà dovrebbero esplodere: in The Mariner’s Revenge Song è la fisarmonica di Jenny Conlee a condurre quella che sembra essere una vera e propria banda di paese, alle prese con una storia di marinai d’altri tempi rinchiusi nella pancia di una balena (la fantasia di Meloy arriva anche a questo). E se da un lato può essere piacevole seguire i risvolti della suddetta favola, come bambini curiosi di scoprirne l’epilogo, dall’altro non giustifica i quasi nove minuti di durata. Eccessivi. Così come risulta eccessiva la seicentesca spagnoleggiante The Infanta, con il suo barbaro incedere da “assalto alle navi”, o la ballata country-folk (From My Own True Life) Lost at Sea, resa poco credibile da un glockenspiel che non ha motivo di essere presente.

Nonostante un songwriting originale e di sapore letterario, nonostante l’apporto in studio di Christopher Walla dei Death Cab For Cutie (una sicurezza in fatto di pop melodico di alto livello e le cui influenze si notano proprio nei brani migliori), Picaresque non riesce a porsi come moderno Don Chisciotte in versione musicale. Almeno non nell’accezione che abbiamo dato al romanzo di Cervantes, ossia ritratto della complessità umana, suscitando più di una volta, se non proprio la noia, il desiderio di sostituirlo con l’ep 5 Songs.

1 Marzo 2005
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