• mag
    01
    2010

Album

Divine Comedy Records

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L’ultimo disco dei Divine Comedy, la sigla dietro cui si nasconde Neil Hannon, era datato 2006 (Victory for the Comic Muse), ma l’oramai quarantenne cantautore irlandese non è certo stato con le mani in mano. Oltre a realizzare un concept album sul cricket (The Duckworth Lewis Method, in coppia con Thomas Walsh), ad aver scritto canzoni per altri (vedi alla voce Charlotte Gainsbourg) ed essere apparso sull’ultimo album dei francesi Air, Neil Hannon ha anche scritto un intero musical (previsto per l’autunno), un numero che conoscendo le sue passioni musicali prima o poi doveva arrivare. Bang Goes The Knighthood, il primo disco a uscire per la neonata Divine Comedy Records, continua la ricerca iniziata con Absent Friends, subito dopo il punto di svolta Regeneration, del pop perfetto lontano dalle classifiche e dall’hype. E il discorso rimane lo stesso degli ultimi dieci anni: raffinato pop orchestrale, con un predilezione per il classico, spruzzato di vaudeville e musical.

Un mini-musical sembra proprio l’iniziale Down in the Street Below, che dopo fin dall’introduzione con i campanelli rimanda il pensiero a Shaftesbury Avenue e al Charles Dickens di Cantico di Natale (ma forse Neil Hannon preferisce Anthony Trollope). L’aria di divertimento generale, che rimanda alle atmosfere degli album migliori degli anni ’90, si propaga per molta parte del disco: da una Neapolitan Girl shuffle alla conclusiva I Like, passando per una The Complete Banker che nonostante il tono scanzonato da Broadway d’antan, in realtà si occupa della crisi finanziaria mondiale. L’attitudine generale, pur con i classici rimandi musicali a Scott Walker (la titletrack, When A Man Cries) fa pensare alle narrazioni in musica di Randy Newman, un maestro che lo stesso Hannon ammette di ascoltare e di amare, e con il quale negli ultimi anni ha in comune la composizione per il cinema.

Altrove lo sguardo ironico si posa su quelli che per Hannon sono i mali della modernità: la tecnologie che ci fanno perdere l’abitudine a dialogare (The Lost Art of Conversation, puro Divine Comedy), la scena indie di oggi che sta già dimenticando il passato prossimo (il singolo At The Indie Disco, che nell’elenco infinito di campioni del britpop anni ’90 intercala “we drink and talk about stupid stuff/then hit the floor for Tainted Love”). Lo sguardo musicale e sociale di stampo modernista raggiunge probabilmente il massimo splendore in Assume The Perpendicular (si parla di cricket per ironizzare sulle manie della middle class) e nella dolente When A Man Cries, dove Hannon sfoggia un’interpretazione ai massimi livelli.

Se per certi versi l’album è un completamento del discorso iniziato con Absent Friends, per altri è un ponte gettato verso Casanova e A Short Album About Love. Neil Hannon sembra aver trovato un equilibrio tra il crooning e il pop, fusi in una visione musicale personale. Ma in Bang Goes The Knighthood non tutto è fuoco. Alcuni brani entreranno di diritto tra i suoi migliori, altri (Can You Stand Upon One Leg, che pare un b-side del musical riciclato alla bisogna, e il duetto in salsa Belle And Sebastian con Cathey Davey in Island Life) sono da intendersi come inciampi in un percorso comunque sopra la media, per la classe e l’esperienza del suo autore. Rimane un gradino sotto i suoi migliori lavori, ma gli episodi migliori hanno le potenzialità per crescere sulla distanza. In fin dei conti, cosa vogliamo ancora: una manciata di grandi canzoni non ci basta più?

31 maggio 2010
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