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Può sembrare strano sentire Dan Stuart dei Green On Red dire non solo che odia il concetto di “Americana” (filone che molti ritengono iniziato proprio dal suo gruppo), ma anche che durante gli anni ’80 negli USA per loro era difficile perché “in tutti gli states c’erano solo una ventina di posti dove si suonava punk”. Questione di attitudine, si direbbe.

Meno strana quest’affermazione sarebbe suonata in bocca a Steve Wynn: nei suoi Dream Syndicate di punk ce n’era un bel po’, sia pure quello un po’ più “tecnico” dei Television che aveva ereditato e rielaborato un certo tipo di jam dai Velvet Underground e sia pure mescolato al ripescaggio di una tradizione americana allargata però anche a Neil Young, ai Creedence e ai nomi suddetti. Era questo il Paisley underground, che i Syndicate declinavano in modo meno classico di Stuart e soci, meno strano dei Giant Sand e simile a quello degli amici True West: quella zona degli ’80 in cui si suonava rock, senza finire né nell’hardcore né nel metal né nell’FM.

L’apprezzato esordio di The Days of Wine and Roses, che contende a questo il titolo di capolavoro del gruppo, aveva portato la band ad un contratto con la A&M, la quale sceglie sorprendentemente di mettere alla consolle Sandy Pearlman, già con i Blue Oyster Cult ma anche con i Clash di Giv’em Enough Rope. Il gruppo non è più lo stesso che ha registrato il primo album in tre giorni: ha subito l’abbandono di Kendra Smith e viene da un anno di tournée. E se i testi cupamente introspettivi e esistenzialmente tormentati di Wynn mantengono la stessa rotta, il nuovo produttore cambia metodo di lavoro: le canzoni eseguite per giorni e giorni fino alla maturazione definitiva, il feedback del chitarrista Karl Precoda zittito al fine di farlo concentrare sugli assoli, la dilatazione dei brani a tirar fuori l’attitudine alla jam già mostrata nella title-track del precedente. Inoltre, terminate finalmente le sessioni, Pearlman chiama il pianista Tom Zvoncheck (turnista con un passato anche lui nei BOS ma pure nei PIL di Live in Tokyo) a suonare sui brani finiti: il gruppo era già soddisfatto del lavoro svolto ma apprezza visto che, benché la scelta sia curiosa, il pianismo liquido di Zvoncheck dona al tutto un quid in più, aggiungendo al sound imprevedibilità, ricchezza e apertura.

Così, mentre Wynn si alterna tra il pathos di Burn, le predicazioni davvero da medicine show (erano quelli in cui sedicenti dottori girovagavano nel west vendendo pozioni miracolose) di Armed With An Empty Gun, con un cantato che mescola classicità con ironia e sfacciataggine new wave, la musica passa dal country blues di Daddy’s Girl al mid-tempo un po’ doomed un po’ sbracato di Bullet With My Name On It. Prima che su quello che una volta era il lato B il gruppo ingrani la quarta, i minutaggi si allunghino e il tutto passi dalla tensione boogie della title-track alla superba jam di John Coltrane Stereo Blues, cavalcando infine amaramente verso un tramonto springsteeniano in Merritville.

Ai grandi risultati artistici corrisponde, manco a dirlo, un fiasco commerciale che, pur ingiustissimo, ci può stare (d’altronde siamo nel 1984). Meno comprensibili il disappunto di alcuni fan e le classiche tensioni che faranno sciogliere il gruppo, rianimato tre anni dopo da Wynn per un breve tempo e con risultati non a questi livelli.

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