• Mar
    20
    2013

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MGM Records

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Havilah è stato un punto di non ritorno per Gareth Liddiard. Su quell’album, l’australiano non si limitava ad affondare le braccia fino ai polsi nei recessi waitsiani e nella polpa macilenta del Nick Cave più luciferino. C’era un’epicità trasfigurata di chi risorge dopo aver toccato il fondo, di chi ha visto l’inferno e torna a parlarne con fare messianico. La band costruiva il suo heavy blues brullo, in cui si intravedevano oasi di pura beatitudine.

Da altezze così elevate si poteva solo cadere. I See Seaweed ha il pregio di attutire la caduta. Spinge la formula Drones alle estreme conseguenze, perdendo di vista il fragile equilibrio fra grazia e angoscia del precedente lavoro. I brani lunghi, molto lunghi, esaltano la vena narrativa del leader a discapito della musicalità. A far funzionare il tutto è la personalità di Liddiard, uno che sembra vivere ogni parola che canta – lo senti nella voce che si rompe per la disperazione, in quei lamenti che lasciano la gola secca.

Miracolosamente, la magia arriva quasi sempre. Magari quando il suono della chitarra sommerge la voce affranta e la consola con un assolo distorto, ai limiti del caos (They’ll Kill You). Oppure quando la band inscena il teatrino claudicante di The Grey Leader, la cui lugubre litania finisce per liquefarsi in un bollente finale rumorista. Mancano gli squarci di luce, una Oh My che stemperi l’atmosfera e che allenti la morsa allo stomaco.

Nel finale la band colpisce ancora più duro. Prima con Laika, la cui struttura “progressiva” e le cui aperture di archi le conferiscono le fattezze di un musical grottesco. Poi con i nove minuti della conclusiva Why Write A Letter That You’ll Never Send, un ottovolante emotivo in cui Liddiard descrive l’inferno sulla terra con tono millenaristico, fino a giungere all’amara constatazione che “we’re animals who can’t help doing what all animals do”.

Si arriva in fondo con l’affanno, ma poco importa: i Drones di I See Seaweed sono una delle realtà australiane più estreme e coraggiose. Seguirli anche nei recessi più tenebrosi del loro songwriting resta un gesto di fede nel rock e nella sua capacità ineguagliabile di descrivere l’apocalisse.

12 Giugno 2013
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