Recensioni

In Abysmal Thoughts già c’erano stati i prodromi, ora il momento è praticamente giunto: per i Drums – o meglio il Drum rimasto, ovvero Jonny Pierce – il tempo del surf è finito, e con la fine della stagione della cosiddetta gioventù se ne è aperta un’altra che, beh, è la stessa magari, ma solo in apparenza. Pierce continua a snocciolare quell’immediatezza con la quale da sempre veicola un messaggio indie marcatamente 80s, dalle sintetiche synth-wave come chitarristiche, mescolando Smiths, Cure, Postcard, C86 e surf rock a suo piacimento. È il suo DNA, la sua cifra stilistica, e gli va riconosciuta, come è vero che quest’album la nutre degli stimoli che arrivano dall’autore piuttosto che dal solo personaggio dentro la scena. Si parla ancora e continuamente di relazioni amorose, eppure i nuovi testi sono attraversati da un divorzio, da tante ansie da trentenne né carne né pesce, e sopratutto dalla depressione. Pierce si è trovato a porsi questioni cruciali come il senso della vita e delle cose senza trovar risposta alcuna, anzi forse rendendosi conto di essere probabilmente sempre stato psicologicamente tormentato dagli stessi demoni di un George Michael. Differentemente dalla popstar britannica, i Drums non hanno sfondato, non sono mai diventati mainstream, pian piano si son ficcati in una nicchia argentata, di galleggiamento, di resistenza, con mamma Anti- a proteggere. E le gabbie, grandi o piccole che siano, soprattutto se costruite con le proprie mani, gabbie rimangono, e così i demoni che le abitano.
Senza voler trovare chissà cosa in un lavoro che ripete pedisseque due o tre varianti stilistiche – elettronico (Pretty Cloud), elettrico (Loner) e acustico (Nervous) – di una formula ormai arcinota, l’album inteso come terapia personale possiamo dire che abbia funzionato alla perfezione, anzi forse abbiamo per le mani il miglior disco dei Drums in senso squisitamente pop. Brutalism, registrato tra una casa di fronte a un lago ad Upstate New York e uno studio in riva al mare di Stinson Beach (California), lo è al cubo. Rappresenta un piccolo tesoretto di 8-9 potenziali singoli, per 35 minuti di durata, che funzionano piuttosto bene dall’inizio alla fine, soprattutto quando songwriting e cori nella miglior tradizione Beach Boys si sciolgono l’uno nell’altro. E da qui ritorniamo al Surf’s Up, alla fine di un qualcosa che detta il confine per il suo superamento senza stravolgimenti; si lavora dentro ai confini shakerando la gabbia, ripartendo da capo, dallo stesso punto magari, ma non con la stessa testa. L’aiuto di mani capaci poi ha fatto il resto: Chris Coady (Beach House, Future Islands, Amen Dunes) ha curato il missaggio, non specificati sessionman hanno fatto un ottimo lavoro per le parti di batteria (prima volta in un disco dei drums) e chitarra (così che nessuno rimpianga l’assenza di Jacob Graham).
«Non penso che troverò mai me stesso», scrive nella press il Nostro. «It’s my chemistry», canta nel singolo Body Chemistry, che è un po’ la porta d’ingresso al lavoro dal lato di un buon singolo che ne presenta la tematica: il fun (farsi un bicchiere di vino, un po’ di fortuna, una scopata, un po’ di tempo per sé stessi) come una dolce condanna. «Non penso che ci sia un giorno in cui ti svegli e dici, ora so chi sono. Il miglior modo per essere un artista è quello di prendersi un dannato momento, stare fermi e ascoltare ciò di cui si ha bisogno». Brutalism – brutale come una piuma sul petto – è il disco più sincero dei Drums finora, ma è anche quello che nel suo complesso tiene di più: zero riempitivi, solo agrodolci vibrazioni. Cartoline da un depresso consapevole della propria condizione (e in stato di grazia).
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