Recensioni

Verrebbe voglia di scrivere la recensione delle ristampe dei primi due dischi dei Feelies (ad opera della solita Domino) cercando di inseguirne lo stile. Cercando di essere raffinati e veloci, ritmici, dirompenti ma classici. Verrebbe da farlo perché è la stessa critica musicale che ha sempre cercato – senza riuscirci fino in fondo – di inseguire quello stile, di andare oltre lo stupore per definire al meglio le maratone folk-percussive di Crazy Rhythms e la parziale distensione di The Good Heart. E allora riproviamoci.
C’è una tensione che monta, nell’esordio, Crazy Rhythms, del 1980. E non è un caso che spesso i brani abbiano bisogno di un minuto buono per decollare, levitare, e per poi restare in cielo per sempre, finché c’è carburante. La musica dei Feelies è un autentico sorvolo, che potrebbe non atterrare mai. Una simulazione di volo evasiva, ma molto terrena, un perpetuo esercizio di ritmica e articolazione percussiva in cui può prodursi uno sdoppiamento melodico, un solo minimale della chitarra (Moskow Nights), una piccola perturbazione che stupisce ma non distrae dalla sostanza volatile del disco: l’alienazione.
Viene da ipotizzare che Crazy Rhythms sia appunto un disco sull’alienazione, nei due sensi: che parli di alienazione, in qualche modo, ma anche che sappia ergersi sopra l’alienazione; che si erga sopra il reale alienato e in questo modo riesca a essere psichedelico. Forces At Work è la traccia esemplificativa: fa fatica a decollare e poi si tiene a un’alta quota deformata e deformante, simulando la chitarra di Tom Verlaine e portando alle estreme e geniali conseguenze lo stile dei Television. È questo il meccanismo che spiega come faccia un disco nevrotico di post-punk a essere psichedelico. Sotto pelle nei Feelies c’è sempre un atteggiamento meditativo, schizzato prima, esplicitato dopo, in The Good Heart (Coyote, 1986), dopo una pausa interminabile che ha scompaginerà la formazione pur mantenendo le linee di continuità. Un abbandono della nevrosi per affrontare una vera e territoriale fuga dalla città.
E, per concludere, viene in mente una frase programmatica di Albini, che espresse quando presentò su disco il progetto Shellac, appena prima dell’uscita di At Action Park. Disse di avere in mente una musica fatta per un accordo solo, per una nota sola, sulla quale violentare la ritmica. Ecco, i Feelies facevano folk per un accordo solo. Folk perpetuo. Un’eterna ghirlanda brillante che mette sullo stesso piano melodia e ritmo. Continua reciprocità tra musicalità e nevrosi. Tra folk e astrattismo ritmico.
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