Recensioni

7.6

Tanto è facile ascoltare questo disco – lasciarsi massaggiare da queste ballate dolciastre e indolenzite, immergersi nella loro caligine radiosa – quanto è difficile parlarne. Il rischio è, appunto, guardare la foresta e perdere di vista gli alberi, smarrire il polso della loro fragranza, dell’immediatezza ipnotica che ai Lips non riusciva da un pezzo. Ma c’è anche il pericolo opposto: farsi sedurre dal pezzo, e non scorgere l’organicità del piano complessivo. Comunque, ci provo: tredici cartoline abbacinate, sovraesposte, intrise di acido e nostalgia febbricitante. Spedite da dove? Forse da un fronte di guerra rimosso, anestetizzato, insospettabilmente vicino. O, se preferite, da una ferita profonda e invisibile, annidata nei risvolti delle nostre vite affollate.

Emerge soprattutto un tema, in questo nuovo album – il sedicesimo – targato Flaming Lips: la morte. Una morte evocata, a tratti consumata, in procinto di posarsi su tutto con la morbidezza dei rimpianti e l’implacabilità dei vicoli senza uscita. È un accordo costante, il grappolo di pensieri che fermenta nel cuore dei miraggi cinematici, il nervo cupo che vibra nelle evoluzioni carezzevoli e ariose, il retrogusto amaro di strategie pop che non nascondono (come potrebbero?) l’innesco chimico. Appare insomma scoperto come non mai il ruolo – o, se preferite, la mission – di Coyne e compagni: da buoni giullari postmoderni, avvertono l’urgenza di additare il fantasma che si aggira nel party infinito, riconoscendolo nelle vampe di insensatezza che emerge nei passaggi a vuoto, quando l’impalcatura del quotidiano collassa e perdi contatto col codice e il comfort della normalità. E senti quindi il bisogno della fuga, farmacologica, alcolica o lisergica che sia. Basta che di fuga si tratti.  

La tattica è quella messa a punto già molti, troppi anni fa nel cruciale The Soft Bulletin: da un lato i fasti melodici radicati nel modernismo psych-pop dei 50s e 60s, previo – va da sé – il grandangolo visionario di Dave Fridmann, dall’altro l’angoscia sia strisciante che profonda suggerita dalla fragilità farraginosa del canto, dal gusto favolistico e avventato delle melodie, dall’architettura tra il robotico e l’icastico (sfiorando volutamente il caricaturale) degli arrangiamenti. Se di sperimentazione si tratta, se ancora vogliamo chiamarla così, si fa cucinando gli avanzi, ricorrendo agli ingredienti che tutti teniamo nella dispensa: dal pop (più melenso che power) targato 10cc e fino alle trasfigurazioni bucoliche di un Brian Wilson, magari glassando il tutto con pennellate Eagles e spolverando con una grattugiata di Funkadelic, sempre e comunque con l’obiettivo di non allontanarsi dal cuore del radiofonico profondo, di non perdere il contatto con una cultura plasmata canzone dopo canzone e che può essere definita senza indugio Americana. Parliamo infatti di un album ambizioso: American Head racconta una società, anzi, appunto, una cultura da sempre in fuga da se stessa eppure potente, raccolta attorno a un’identità tanto magnetica quanto contraddittoria, vertiginosa e conflittuale. Dove la libertà e la legge non smettono di lottare per sedersi sullo scranno di Dio (poi come sorprendersi se capita di sentirsi disintegrati?).

Dopo tutto questo, è doveroso parlare di canzoni: ed è piacevole come da tempo non avveniva per un disco dei Lips. Sul serio, occorre indietreggiare di una ventina d’anni per imbattersi in tracce capaci di spiccare su progetti anche affascinanti e tutto sommato riusciti (soprattutto Embryonic e The Terror, a mio avviso) ma che soverchiavano la singola intuizione. Di Yoshimi, al contrario, non fatichiamo a ricordare una Do You Realize?, una One More Robot o l’acquerello androide della title track. Per non dire del già citato The Soft Bulletin, forte di apici cruciali come Race For The Prize, Waitin’ for a Superman o Feeling Yourself Disintegrate. Ebbene, di American Head non sono ancora in grado – dopo quei sette, otto ascolti – di sostenere che il folk-pop onirico di Will You Return / When You Come Down, la trepidazione rarefatta di Flowers of Neptune 6, l’incantesimo lisergico tra raggi cosmici e front porch di At the Movies on Quaaludes, la palpitazione piano e orchestra di Mother Please Don’t Be Sad (un Neil Young in fregola Glen Campbell?), la circospetta God And The Policeman (ospite la superstar country Kacey Musgraves) o la conclusiva, dimessa ma in un certo senso lenitiva My Religion Is You (con un assolo di chitarra che sprimaccia il cuore) saranno in grado di giocarsela altrettanto bene sul lungo periodo, ma la sensazione è che lo faranno, pure se in un contesto più compatto, pure se funzionali a un disco che ci riconsegna dei Lips in ottima forma. 

Dovendo riassumere con una formuletta, mi pare un lavoro solido e organico come The Terror (di cui condivide, credo, alcuni temi di fondo) ma forte di un’ispirazione che raggiunge spesso i vertici di Yoshimi. Francamente, non me lo aspettavo. E ne sono felice.

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