Recensioni

La parte più interessante della storia è senza dubbio la genesi di questo The Future and The Past, ultimato nel 2016 e pronto per essere registrato in studio. Poi però Trump, a sorpresa (no, non era Lercio), diventa Presidente degli USA, e Natalie Prass, da Richmond, Virginia, ferma tutto. «L’album era pronto, ma poi ci furono le elezioni», ha spiegato. «Ero distrutta. I risultati mi fecero mettere in dubbio cosa significasse essere una donna negli Stati Uniti, e se le cose che pensavo stessero andando bene, stessero veramente migliorando me e ciò in cui credevo. Sapevo che mi sarei arrabbiata tantissimo con me stessa se non avessi colto l’opportunità di dire ciò che pensavo, quindi decisi di riscrivere l’album».
Rabbia, tristezza e grandi propositi, dunque, inducono la Prass a cancellare buona parte del lavoro già fatto fino al novembre 2016 e a ripensare all’intero concept del suo secondo album in studio. Si giunge quindi al 2018, ed ecco The Future and The Past, che ha peraltro l’arduo compito di confermare l’ottimo hype creatosi attorno al suo debutto, Natalie Prass, del 2015. Un disco che vuole essere un inno alla resilienza femminile, questo, con una vocazione pop dall’attitudine barocca, un’anima profondamente soul, e sorprendenti puntate (non sempre felici) verso certo r’n’b ammiccantissimo. Ed ecco già un fattore di disorientamento (che non è necessariamente un male, ma certe volte neppure un bene): quest’oscillare neanche troppo consapevole tra una Karen Carpenter ispiratissima e una Janet Jackson danzereccia. Un mix potenzialmente interessante, ma qui non completamente riuscito.
E se certe scelte armoniche scopertamente vintage negli arrangiamenti, in odore di funk e disco music anni ’70 (Chic, Bee Gees), come nell’apertura affidata a Oh My o nel singolo Short Court Style, risultano di sicuro impatto emotivo, ciò non basta a dare struttura e solidità all’impianto stilistico complessivo, che soffre forse una contraddizione di fondo: il contenuto dichiaratamente politico veicolato con troppe strizzatine d’occhio, fin quasi forse a togliere significato, a sminuire il messaggio. La sensazione è quella di una dicotomia irrisolta tra un’ispirazione genuina e un risultato di maniera. Va detto, per amor di verità, che ciò non sottrae valore ad alcuni episodi notevoli, su tutti la sofisticatissima Hot for the Mountains, il groove potente di Sisters o le acrobazie ricercate di Ship go Down, brani che da soli valgono assai più di un ascolto. Ben più prescindibili altri, come The Fire, Lost o Nothing to Say, senza i quali il lavoro della Prass avrebbe probabilmente guadagnato in intensità e corpo.
E così, tra forzature e passaggi indovinatissimi, qualche eccesso di troppo e significativi punti di equilibrio, questo disco arriva persino a convincere, ma lascia con sé un senso di bellezza incompiuta. Come se la promettente songwriter statunitense fosse stata molto vicina a fare qualcosa di grande, senza tuttavia esserci riuscita del tutto.
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