Recensioni

7.4

Dopo una carriera underground tra mix (ricordiamo lo splendido A decade of Flying Lotus) ed EP (l'ultimo, Death Gate, nel 2010), William Bensussen arriva al grande passo e non può che essere su Brainfeeder. Come abbiamo sottolineato all'epoca, è stato lui il vero artefice – al di là delle splendide vetrine lotusiane, Testament prima, Ancestors poi – del successo di Gonjasufi, e allora è naturale che la formula sia quella lì, il trademark gaslampiano: schegge ruvide di world music psichedelica – una space e spiced world music – che passano per la tecnologia sampledelica e zoppicante dell'hip hop post-J Dilla. Ruvide, e qui ancora più ruvide.

Il disco si apre con la manipolazione della voce stoned e filtrata dal telefono di Eric Clapton, da Are You Hung?, primo frammento di We Are Only In It For The Money, il disco sessantottino di Zappa acida parodia degli hippie e dei Beatles del Sgt. Pepper. E si continua a battere i Sessanta psichedelici, se Veins, con Gonjasufi al latrato come sa lui, sembra riproporre in qualche modo gli archi di Eleanor Rigby, ma ancora più austeri e massicci.

Gaslamp padroneggia gli ingredienti e alterna atmosfere esotiche e terzomondiste come tra palafitte suadenti e oppiacee (la bellissima Apparitions, sempre con Gonja; la metallica e sinistra Critic, con Mophono; il bel quadretto ethnofolk Nissim, con Amir Yaghmai al tamburo yiali e alla chitarra), omaggi colonna sonora (il western col fischio morriconiano tagliato scansioni industrial di Holy Mt Washington, con la drum machine di Computer Jay), personali take fusion (Dead Vets, con il mitico Adrian Younge di Black Dynamite e Michael Raymond Russell del duo MRR-ADM, scuro e pastoso funk progressivo; Meat Guilt, con una batteria legnosa come nei dischi jazzrock anni Settanta in primissimo piano nel mixaggio) e numeri in cui si fa più forte l'accento su ritmi ed elettronica: Flange, con il Miguel Atwood-Ferguson produttore e arrangiatore già al lavoro con gli archi per Flying Lotus, uno dei numeri più tosti ed efficaci, vicino per certi versi agli assalti di Terror Danjah; l'orgia di pulsazioni e bolle monome a riempire i vuoti della batteria pestata di Impulse, ospite ovviamente Daedelus; Peasants, Cripples & Peasants, con Samiyam, guidata da un'unta e grumosa linea di synth a cui restare abbarbicati; il cervellotico saliscendi di elettronica progressiva di 7 Years of Bad Luck for Fun, con Dimlite.

Gaslamp confeziona un esordio-manifesto che è anche un crew album (visti quanti feat?), ma soprattutto un disco potente, compatto, conciso, senza fronzoli, la cui riuscita si spiega adocchiando il consiglio Keep It Simple Stupid, tutto un gioco di bacchette sul charleston e sopra sitar e synth, per una lenta epica marcia iniziatica.

Se c'è spazio a metà programma per un siparietto che riprende un qualche video didattico anni Cinquanta in cui si spiega l'uso della parola Fuck e lo sovrappone a stralci della Primavera di Vivaldi, si chiude seri se non proprio seriosi, acconciamente In the Dark: pestamento batteristico alla post-HC o alla Sabot, con finale da ghost track tipo una ninnananna Berlin in mezzo alle macerie mediorientali.

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