Film

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Parcheggiando la loro auto al Jack Rabbit Slim’s, poco prima di scendere dalla vettura, Mia Wallace, rivolgendosi a Vincent Vega, dice: “Don’t be a…” e, nell’ormai iconico gesto (preso in prestito dal mondo dell’animazione), va a comporre un rettangolo che causa istantaneamente un effetto straniante. Da quel momento in poi sarà sempre chiaro che lo spazio filmico partorito dalla mente di Quentin Tarantino sarà parte di un universo alternativo, con delle regole ben precise: alcune potranno essere tese all’infinito, provocando un senso di malessere claustrofobico, altre semplicemente infrante.

Giunto alla sua ottava fatica, il regista del capolavoro citato – Pulp Fiction, 1994 – cambia rotta, pur mantenendo inalterati tutti gli elementi che l’hanno reso celebre e amato da una folta schiera di cinefili incalliti, da chi si occupava di teorizzare il linguaggio cinematografico, e persino dai detrattori, che gli riconoscono l’indubbio estro tecnico-artistico; Tarantino non si accontenta più di bucare, letteralmente, lo schermo e con The Hateful Eight azzarda ancora di più, sperimentando, alzando l’asticella del puro godimento visivo e sottolineando a più riprese ciò che prima era solo sussurrato (l’afflato politico delle sue storie). Fa molto di più: fuoriesce dallo schermo, si dirige verso la platea e si siede accanto allo spettatore per guidarlo in un’estasi cinefila. La scelta del glorioso formato Ultra Panavision a 70 mm, oltre che perfettamente funzionale (in maniera gustosamente controcorrente) ai fini della narrazione, è il tocco romantico e nostalgico definitivo verso un culto, una religione, che solo un folle come Tarantino poteva permettersi. Se si può tranquillamente affermare che Pulp Fiction costituisce un punto di rottura con tutto il cinema precedente, si può affermare con la stessa sicurezza che The Hateful Eight è una pellicola che sarà ricordata a lungo.

Subito dopo la fine della Guerra di Secessione, una diligenza diretta a Red Rock è costretta a una sosta d’emergenza a causa di un’improvvisa bufera di neve; a bordo ci sono John Ruth, detto “il boia”, la sua prigioniera, Daisy Domergue, e due inattesi ospiti: il Maggiore Marquis Warren e il neo sindaco di Red Rock, Chris Mannix. Giunti all’emporio di Minnie, troveranno altri quattro ospiti che si presenteranno a loro volta, ma uno di loro non è chi dice di essere…

Dopo la rilettura storica di Bastardi senza gloria e lo scanzonato antirazzismo esibito in Django Unchained, il regista non abbandona il western, consapevole del suo potenziale drammaturgico: primo vero genere cinematografico per eccellenza, ha saputo raccontare epopee coraggiose, imprese impossibili, ma anche tanto, troppo sangue, ancora presente nelle mani di un’America rivelatasi nuovamente intollerante verso le sue minoranze, in un’eterna contraddizione che non accenna ad avere fine. Non importa, alla fine, se tu sia bianco o afroamericano, messicano, nordista o sudista, la rabbia con cui Tarantino pennella i suoi emblematici personaggi e l’odio che li rende parte di un gruppo del tutto omogeneo (metafora crudele di un’umanità lercia e corrotta fino al midollo) è l’unica moneta di scambio che conta e non può essere placata se non da un massacro impietoso. Prendendo come fonte d’ispirazione primaria la prosa teatrale di Agatha Christie, coadiuvato narrativamente come una versione ancor più esplicita e diretta di La cosa di John Carpenter, Tarantino aggiorna e ricontestualizza un discorso all’interno del genere che fin dagli albori reca in sé tutti gli elementi di critica verso la moderna società americana.

Il Kammerspiel messo in scena, oltre alla sua valenza simbolica, acquista i modi e i tempi del ritmo cinematografico tarantiniano, mai così dilatato, mai così caldo e rassicurante nella preparazione di un’imminente esplosione, mai così claustrofobico (i 70 mm permettono allo spettatore di sentirsi pienamente parte del gruppo di odiosi, quasi si trovasse all’interno di quel maledetto emporio), mai così vero. Un cinema, sì attento e devoto verso alcuni dei nostri più grandi maestri – lo dimostra la dedizione con cui, felice come un bambino, incasella la perfetta colonna sonora di Ennio Morricone – ma celebrativo del glorioso western americano con Peckinpah e Ford ai massimi vertici (impossibile non citare Ombre rosse, Il mucchio selvaggio, ma anche e soprattutto Cane di paglia). Il cinema del regista di Knoxville è sempre stato politico (consapevolezza diventata sempre più evidente, ma mai invadente, almeno da Jackie Brown in poi), solo che, d’ora in avanti, non ci sarà più possibilità di fraintendimento.

Barbaramente ignorato agli Oscar 2016, dove ha ottenuto le sole candidature per la miglior attrice non protagonista (Jennifer Jason Leigh), alla fotografia (Robert Richardson) e alla colonna sonora (Ennio Morricone, già vincitore del Golden Globe), The Hateful Eight sarà nelle sale italiane dal 4 febbraio nella sua versione digitale. La versione in formato Ultra Panasonic 70 mm, più lunga di circa venti minuti, è reperibile nelle sole sale di Melzo, Bologna e Cinecittà, per un periodo limitato di tempo e in versione originale.

1 Febbraio 2016
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