Recensioni

6.9

Nel 1995, quando i Wilco spiccavano il volo sulle ceneri degli Uncle Tupelo, Mark Olson lasciava i Jayhawks. Fu poco dopo la pubblicazione del notevole Tomorrow the Green Grass, probabilmente il loro capolavoro. La band di Minneapolis, guidata dall’altro leader carismatico Gary Louris, subì il colpo, andò avanti per inerzia con un paio di album così così, ma seppe rifarsi con un colpo di reni spettacolare dal titolo Rainy Day Music (2003). A quel punto tuttavia calava il sipario. Anni di silenzio spezzato dalla reunion di due anni fa, frutto della ritrovata armonia tra i due frontman (che hanno firmato un album a quattro mani nel 2008, il discreto Ready For The Flood). Infine, come logica conseguenza, ecco il qui presente ottavo album.

Diciamo subito che è un buon ritorno, però sia chiaro: i Jayhawks hanno perso da un pezzo il treno del presente, sono una categoria alt-country che ha molto seminato e raccolto ma forse non quanto avrebbe potuto (non quanto Tweedy e soci, ad esempio), e Mockingbird Time ce lo conferma, ribadendone potenzialità e limiti. La ditta Olson & Louris – il menestrello indolenzito e il folkpoppettaro acidulo – è un incrocio di talenti e sensibilità che impastandosi si esaltano, producendo un totale superiore alla somma delle parti. La scaletta è agile, a base di escursioni disinvolte nell’humus speziato a cavallo tra Sessanta e Settanta, di gustoso strabismo angloamericano, d’impeto baldanzoso e indolenza dolciastra.

Avverti il ciondolio circospetto ed evocativo dei Buffalo Springfield in Tiny Arrows e lo sfrigolio ipercromatico dei Byrds in She Walks In So Many Ways, il George Harrison più adrenalinico in High Water Blues e quello che ha dato la stura al power pop in Hide Your Colors, i Badfinger colti da palpitazioni Robyn Hitchcock nella struggente Closer To Your Side e il respiro caldo Walkabouts in Black-Eyed Susan (altresì riconducibile alla solennità ruspante del Dylan periodo Desire). Arrivi ad apprezzare anche la scaltrezza con cui imboscano un pezzo deboluccio (Stand Out In The Rain) tra due bellocci (la formidabilmente obliqua Cinnamon Love – ovvero i CSN&Y ipnotizzati Pretty Things – e una title-track con tangibili echi Graham Nash) e il riffarama lisergico con cui condiscono – salvandola – l’altrimenti stolida Guilder Annie.

Tavolozza nostalgica ma vivace e soprattutto viva. Pennellate adulte sì ma per nulla senili. Una gagliarda prova di mestiere che ha il merito di voler scendere a patti solo con se stessa, acciuffando il fantasma di traiettorie che non portano in nessun luogo strategico ma continuano a puntare da qualche parte. Altezza otto miglia nel cielo, più o meno.

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