• Mar
    24
    2017

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Warner Music Group

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Dopo dieci anni e nessun album all’attivo, il clamore attorno alla reunion dei Jesus And Mary Chain era andato progressivamente scemando. Più volte annunciato e rimandato, il successore di Munki stava diventando una specie di creatura mitologica della cui esistenza nessuno poteva esibire prove certe. Le cose hanno iniziato ad ingranare nel corso del 2016 grazie anche al coinvolgimento del produttore Youth, una scelta fatta appositamente per redimere sul nascere ogni crisi che avrebbe potuto verificarsi in studio fra William e Jim. Così oggi ci troviamo di fronte un disco che di certo non deluderà i fan, soprattutto quelli che avevano perso di vista i Reid all’indomani dello scioglimento della band.

Chi ad esempio si è perso la parabola dei Freeheat (il gruppo formato da Jim all’inizio del millennio insieme a Romi Mori e Nick Sanderson dei Gun Club) si troverà di fronte a una mitragliata garage fuzz come Facing Up With the Facts (peraltro in una versione più potente rispetto all’originale). Ma le istantanee dal passato recente non mancano. Ci sono le delicatezze velvetiane prese in prestito dal progetto casalingo Sister Vanilla (quello portato avanti dal solito Jim insieme alla sorella Linda) e le sporadiche apparizioni che i Reid hanno compiuto negli ultimi tre lustri. Il tutto all’insegna di un noise pop narcolettico forgiato dai due appena le abrasioni di Psychocandy avevano iniziato a rimarginarsi.

È con i nuovi brani, però, che i Mary Chain dimostrano di essere ancora i migliori Mary Chain in circolazione. A fronte dei numerosi emuli apparsi negli ultimi anni, solo a loro riesce di spargere cinismo su temi 60s agrodolci come quello della spectoriana Always Sad o su mantra ipnotici come quelli di Simian Split (una specie di Reverence dalle aspirazioni noisy-jazz)Va da sé che il vetriolo nel corso degli anni si è annacquato, ma l’ansia che traspare dall’heavy garage di All Things Must Pass («Each day I wake / It’s gonna be my last») suona convincente proprio in virtù del rapporto dialettico fra i due fratelli e di un vissuto che nonostante la mezza età non accenna a regolarizzarsi.

Intendiamoci, è praticamente impossibile non ricondurre ogni frammento a qualche episodio noto di una carriera ultra trentennale (il più evidente? Song For a Secret: una Sometimes Always con Isobel Campbell al posto di Hope Sandoval) ed in fondo il motivo è semplice: il vocabolario dei Reid è fra i più circoscritti (potremmo dire “focalizzati”) della storia del pop. Facendo virtù di limiti tecnici e attitudinali i Nostri hanno abbozzato uno stile in cui è impossibile alterare alcun elemento senza andare incontro ad uno snaturamento che finirebbe per non accontentare nessuno. A Youth va dato atto di aver saputo fare un’ottima operazione di maquillage, donando freschezza e ampliando, dove possibile, la tavolozza sonora. È il caso della sabbathiana Mood Rider, delle distorsioni desertiche della già citata All Things Must Pass e dell’afflato pop che pervade un po’ tutte le tracce (a partire dall’opener Amputation) non appena la manopola del distorsore si abbassa.

Per il resto, l’enigma Jesus And Mary Chain rimane irrisolto. Nel senso che chi ne esalterà la coerenza avrà le stesse ragioni di chi, dal verso opposto, ne biasimerà la staticità. Il mondo è cambiato e i Reid no. Sarà la nostalgia, ma questa volta sembrano aver ragione loro.

24 Marzo 2017
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