Recensioni

7.4

Il bello della musica di Kathleen Hanna – tra le tantissime cose – è la sincerità. E in questo senso le aspettative per ogni sua nuova pubblicazione discografica sono sempre ricompensate. Afflitta per molti anni da una malattia “senza nome”, per poi scoprire che era la sindrome di Lyme, Hanna ci aveva abbandonati lasciando un bagaglio emotivo non indifferente e un vuoto nel panorama musicale. The Punk Singer, notevole documentario che aveva riempito gli occhi degli aficionados – un paio di mesi dopo uscì Run Fast – non era solo una agiografia dei tempi passati: tra gli anni in cui si esibiva in performance spoken word, passando per l’epifania coi Fugazi, venivano sviscerati i dolorosi motivi che la spinsero a una triste ritirata dalle scene.

Con Hit reset ritroviamo un’artista notevolmente più a fuoco, che in quaranta minuti scarsi scivola dall’aggressività degli Au Pairs di fine anni Settanta al surf garage, strizzando l’occhio al grunge, reminiscenze synth pop (in Hello Trust No One e Mr. So and So le Bikini Kill incontrano Le Tigre), attivismo e temi sociopolitici imprescindibili per una come Hanna che non ha mai fatto resistenza passiva, ma positiva e propositiva fin dai primissimi giorni a Olympia.

Il disco è avvolto da una sensazione di claustrofobia: c’è la malattia, e ci sono i ricordi indelebili di un padre alcolista e violento. I modi sono infantili nell’accezione più positiva ma nostalgica del termine: la speranza, l’assenza di un affetto, un continuo equilibrio tra il gioco e il bisogno di tirare le somme prima di andare avanti. Non è un caso che l’album si chiuda magnificamente con una nenia, una vera e propria ballad (Calverton), un semplice tributo d’amore a sua madre. D’altra parte, il pezzo eponimo che apre Hit Reset, immerso in un disagio brutalizzante, richiama la figura del padre e una condizione di totale impotenza.

Hit reset è tutto quello che è rimasto nascosto nel retro del Manifesto riot grrrl. È un racconto corale dove Kathi Wilcox (Bikini Kill), Sara Landeau, Kenny Mellman e Carmine Covelli instillano sicurezza in Kathleen creando un ambiente pregno di stimoli, un ricettacolo dei più svariati sentimenti umani. Al secondo album con The Julie Ruin, Kathleen Hanna prende quello che c’è di buono in un’intera vita, accantonando il brutto per cambiare pelle un’altra volta, e dimostrandosi ancora capace di aprirsi e sanguinare.

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